Ghost Recon: Wildlands – recensione

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“Che peccato, che peccato…”, come recitava un famoso giullare di corte in un’opera videoludica ormai più di una decade fa, è un vero peccato che il ritorno di Ghost Recon avvenga proprio nel mese di marzo 2017, pregno di titoli non solo grandiosi, ma destinati a rimanere nella storia. Già, perché purtroppo lo sparatutto tattico open world del filone Tom Clancy meriterebbe più attenzione di quella che effettivamente otterrà: volete scoprire perché?

Wildlands è il primo capitolo della fortunata saga creata da Ubisoft su questa generazione di console, anche se in realtà non si tratta di un vero e proprio seguito: come suggerisce il sottotitolo, l’ambientazione non è più il classico scenario di guerriglia urbana che da sempre caratterizza la serie, bensì le sconfinate terre selvagge boliviane.

Anche il plot, infatti, si discosta nettamente dai predecessori: in qualità di soldati Ghost, il meglio che gli Stati Uniti abbiano da offrire alla causa, il compito dei protagonisti è quello di distruggere passo dopo passo il cartello di Santa Blanca, un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico (e non solo) che ha ormai messo in ginocchio l’intero paese, grazie al carisma del “jefe”, colui che comanda il gruppo, El Sueño.

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