Atelier Firis: The Alchemist and the Mysterious Journey – Recensione

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Spesso (molto spesso) ritornano

Arrivata ormai al suo diciottesimo appuntamento, la saga di Atelier decide finalmente di rinnovarsi e di piantare dei paletti che – ne siamo certi – il team non potrà più ignorare da oggi in poi. Dopotutto, non vedevamo un vero e proprio salto di qualità dai tempi di PlayStation 3, quando la saga abbandonò le due dimensioni per lanciarsi nell’ormai immancabile mondo del 3D.

Atelier Firis, purtroppo, è tutt’altro che un seguito perfetto; l’intenzione di sfruttare il capitolo di Sophie per costruirci attorno una struttura più solida è palese, ma non tutto è andato proprio per il verso giusto. In ogni caso, questo Firis non è un semplice titolo di passaggio, ma un vero e proprio nuovo inizio per la saga. Un po’ acerbo, certo, ma comunque stracolmo di innovazioni interessanti che col tempo potrebbero essere sfruttate con più oculatezza.

Atelier Firis segue direttamente gli eventi di Atelier Sophie ma, a dirla tutta, i collegamenti tra i due sceneggiati restano piuttosto labili. Certo, torneranno in scena anche vecchi personaggi – Sophie e Plachta in primis – ma in ruoli molto più secondari di quelli rivestiti in precedenza. Chiunque abbia giocato anche l’inizio del nuovo filone si sentirà subito a casa ma, possiamo assicurarvelo, il capitolo più recente fa di tutto per non estraniare chiunque abbia saltato un episodio o due.

La stessa Sophie, dopotutto, funge da semplice insegnante per Firis: è lì per permetterle di apprendere le basi dell’alchimia ma, poco dopo, la lascia andare nel mondo esterno senza tenerla per mano, con la sola promessa che un giorno si rivedranno.

Chiunque abbia giocato anche l’inizio del nuovo filone si sentirà subito a casa ma, possiamo assicurarvelo, il capitolo più recente fa di tutto per non estraniare chiunque abbia saltato un episodio o due.

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