
Il governo ha deciso di estendere per la prima volta nella storia italiana il compenso per copia privata anche allo storage cloud, una misura che molti hanno già ribattezzato “tassa sul cloud”. Il decreto, firmato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli la sera del 23 febbraio 2026, aggiorna le tariffe ferme dal 2020 e introduce una novità che ha già acceso un forte dibattito tra industria tecnologica, provider internet, consumatori e mondo della musica.
Da una parte c’è chi parla di un aggiornamento necessario per garantire una remunerazione agli autori nell’era digitale. Dall’altra c’è chi denuncia una misura anacronistica che rischia di trasformarsi in una “tassa sul cloud”, destinata a colpire servizi di archiviazione online che oggi vengono utilizzati soprattutto per documenti, foto e backup personali.
Il provvedimento era già stato discusso nell’estate del 2025, ma ora è stato confermato senza modifiche sostanziali e introduce un meccanismo completamente nuovo per la normativa italiana.
Che cos’è il compenso per copia privata
Per capire perché il tema sia così controverso bisogna partire dal concetto stesso di copia privata.
La normativa nasce negli anni Ottanta, quando duplicare contenuti era una pratica comune. Chi acquistava un disco in vinile o una musicassetta spesso ne realizzava una copia su una cassetta vergine per ascoltarla in auto o regalarla a un amico.
La legge italiana, in linea con le direttive europee, consente ai cittadini di realizzare copie per uso personale di opere protette da copyright. In cambio però stabilisce che i produttori o gli importatori dei supporti utilizzati per registrare contenuti versino un compenso alle società di collecting, prima fra tutte SIAE, che poi redistribuiscono queste somme agli autori.
Il meccanismo nasce in un contesto analogico, quando cassette, CD o DVD venivano spesso utilizzati per duplicare musica e film per uso personale.
Nel tempo questo meccanismo è stato esteso anche a smartphone, tablet, computer e memorie digitali, sulla base dell’ipotesi che una parte dello spazio di archiviazione possa essere utilizzata per copiare opere protette.
Il decreto Giuli aggiorna le tariffe sui dispositivi digitali
Il decreto firmato dal ministro Alessandro Giuli aggiorna per la prima volta dal 2020 le tariffe del compenso per copia privata, rivalutandole secondo l’indice Istat Foi relativo al periodo tra il 1° gennaio 2021 e il 31 dicembre 2024.
L’allegato tecnico del provvedimento classifica diciotto categorie di dispositivi e stabilisce compensi differenziati in base alla capacità di memoria. Le analisi dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale (Isicult), citate dalla testata DDay.it che negli ultimi mesi ha seguito da vicino il tema della copia privata, indicano aumenti che rispetto al decreto del 2020 oscillano tra circa il 15% e il 40% a seconda della categoria di dispositivo e della capacità di memoria.
Per gli smartphone e i tablet il compenso è suddiviso in dieci fasce di memoria. Si parte da 3,39 euro per i modelli fino a 8 GB e si arriva a 9,69 euro per quelli oltre i 2 terabyte. Gli smartphone di fascia media oggi più diffusi, con memoria tra 128 e 256 GB, sono soggetti a un contributo tra 7,36 e 8,06 euro.
I computer invece pagano un importo fisso di 6,07 euro, indipendentemente dalla capacità di archiviazione. Anche televisori e decoder con funzione di registrazione sono soggetti a un compenso fisso di 4,67 euro per unità.
Il sistema prevede inoltre tariffe specifiche per memorie interne di decoder e videoregistratori, che aumentano progressivamente con la capacità di storage, e include anche dispositivi come smartwatch e fitness tracker dotati di funzioni di registrazione audio o video.
Una novità significativa riguarda i dispositivi ricondizionati, che per la prima volta vengono esplicitamente inclusi nel decreto con gli stessi compensi previsti per i prodotti nuovi. In pratica uno smartphone o un computer potrebbe pagare la tassa più volte: quando viene venduto per la prima volta e poi di nuovo quando viene rivenduto come dispositivo rigenerato.
La vera novità: il compenso per lo storage cloud
La parte più controversa del decreto riguarda però il cloud storage.
Per la prima volta il decreto considera lo spazio di archiviazione online alla stregua di un vero e proprio supporto di registrazione, al pari dei dispositivi fisici, introducendo un compenso specifico per la “memoria in cloud”. La base giuridica è una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 24 marzo 2022, che ha stabilito che un server cloud messo a disposizione di un utente può rientrare nella definizione di “qualsiasi supporto” ai fini del compenso per copia privata.
Il meccanismo però è diverso rispetto agli altri dispositivi. Non si tratta di una tariffa pagata una sola volta al momento dell’acquisto, ma di un prelievo mensile ricorrente.
Le tariffe stabilite dal decreto sono pari a 0,0003 euro per gigabyte al mese fino a 500 GB e 0,0002 euro oltre i 500 GB, con un tetto massimo mensile di 2,40 euro per utente. Sotto il gigabyte lo spazio cloud resta gratuito.
In pratica un utente con 100 GB di spazio online pagherebbe circa 3 centesimi al mese, mentre con 1 terabyte la cifra salirebbe a circa 15 centesimi mensili.
Importi apparentemente minimi, ma che secondo molti critici creano un precedente importante e aprono la strada a possibili aumenti futuri.
Quanto incasseranno SIAE e le società di collecting
Il decreto modifica anche le modalità di raccolta dei compensi.
I fornitori di servizi cloud dovranno presentare ogni trimestre una dichiarazione alla SIAE, indicando il numero di utenti attivi e la quantità di spazio cloud disponibile per ciascuno di essi.
Le stime indicano che il nuovo sistema potrebbe far salire la raccolta annuale delle società di collecting — tra cui SIAE, FIMI, Nuovo Imaie e SCF — a circa 154 milioni di euro l’anno, rispetto ai circa 130 milioni registrati nel 2020.
Il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi ha difeso l’aggiornamento spiegando che si tratta semplicemente di un adeguamento all’inflazione e ricordando che in Francia il sistema della copia privata genera circa 255 milioni di euro l’anno, nonostante una popolazione simile a quella italiana.
Nell’era dello streaming la copia privata ha ancora senso?
Una delle principali critiche riguarda il fatto che il concetto stesso di copia privata sembra ormai appartenere a un’altra epoca.
Oggi la musica viene ascoltata soprattutto su piattaforme come Spotify, Apple Music o YouTube Music, mentre film e serie televisive arrivano via streaming attraverso servizi come Netflix, Prime Video, Disney+ o Apple TV+.
Copiare manualmente contenuti protetti su supporti personali è diventato ormai raro. Sempre meno utenti scaricano file MP3 o copiano film su hard disk esterni, e le nuove generazioni spesso non hanno mai avuto bisogno di farlo.
Il cloud storage inoltre viene usato prevalentemente per documenti, foto personali, backup e archivi di lavoro, non per conservare copie di opere protette. Sotto l’etichetta “cloud” rientrano servizi diffusissimi come i 15 GB gratuiti di Gmail, i 5 GB inclusi negli account Apple, lo spazio fotografico offerto da Amazon agli utenti Prime o gli archivi su Dropbox e OneDrive.
Per questo motivo molte associazioni sostengono che il sistema rischi di far pagare un compenso anche quando nello spazio cloud non è presente alcun contenuto protetto.
Provider e imprese tecnologiche parlano di doppia imposizione
La reazione del mondo tecnologico è stata immediata e molto dura.
L’Associazione Italiana Internet Provider Aiip e l’associazione ICT Assintel hanno definito il provvedimento “sconcertante” e hanno annunciato di valutare un ricorso contro il decreto.
Secondo le due organizzazioni il sistema introduce una doppia imposizione. Gli utenti pagano già il compenso per copia privata quando acquistano smartphone, computer o hard disk, dispositivi necessari per accedere al cloud. Con la nuova norma rischiano di pagarlo una seconda volta semplicemente per il fatto di utilizzare uno spazio di archiviazione online.
Anche Google ha espresso forti perplessità, osservando che il compenso viene già pagato al momento dell’acquisto del dispositivo e che non è possibile utilizzare il cloud senza uno smartphone o un computer.
Un’altra criticità riguarda i servizi cloud utilizzati dalle aziende. Il decreto non distingue tra storage consumer e storage business, quindi anche le imprese che utilizzano il cloud per backup, sicurezza informatica o continuità operativa potrebbero essere soggette al prelievo.
Infine c’è il tema della competitività. Secondo Aiip e Assintel il sistema rischia di colpire soprattutto i provider italiani, mentre le grandi piattaforme internazionali potrebbero essere più difficili da sottoporre ai controlli previsti dalla normativa.
Il mondo della musica difende il provvedimento
Sul fronte opposto il decreto è stato accolto con favore dal settore culturale e dalle società di collecting.
Organizzazioni come FIMI, Nuovo Imaie, SIAE e SCF hanno definito la misura positiva, sostenendo che rafforza uno strumento fondamentale per garantire un’equa remunerazione agli autori.
Il CEO di FIMI Enzo Mazza ha dichiarato che il modello italiano potrebbe diventare un riferimento anche per altri Paesi, mentre il presidente della SIAE Salvatore Nastasi ha ricordato che l’associazione sostiene da anni l’estensione del sistema di copia privata.
Anche Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, ha ringraziato il ministro Giuli per aver rafforzato uno strumento ritenuto essenziale per la tutela del diritto d’autore in un ecosistema dominato dalle piattaforme tecnologiche.
Dal canto suo il sottosegretario Mazzi ha definito il decreto una “partita di civiltà”, sostenendo che gli autori rappresentano la parte più debole del sistema rispetto alle grandi aziende tecnologiche.








