
Per decenni nelle scuole di cinema c’era un compito considerato quasi il più semplice di tutti: guardare un film. Per molti studenti era il “compito perfetto”. Oggi, però, qualcosa sembra essersi rotto. Secondo diversi docenti universitari, una parte crescente degli studenti fatica persino a restare concentrata durante la visione di un lungometraggio.
Negli ultimi anni l’attenzione è diventata una risorsa sempre più fragile. Smartphone, social network e piattaforme digitali offrono una sequenza infinita di stimoli immediati, che rendono sempre più difficile mantenere la concentrazione su un’unica attività per periodi prolungati. In questo contesto anche l’intelligenza artificiale viene spesso utilizzata per ottenere risposte rapide, evitando la ricerca e l’approfondimento.
Questo cambiamento non riguarda solo il consumo quotidiano di contenuti online. Sta arrivando anche nelle università, dove alcuni professori raccontano di avere sempre più difficoltà a mantenere l’attenzione degli studenti. Un recente approfondimento pubblicato da The Atlantic ha analizzato proprio la situazione nelle scuole di cinema, descrivendo un problema che molti docenti definiscono ormai evidente.
Quando guardare un film diventa un problema
Per molti professori la situazione attuale rappresenta un netto contrasto con il passato. Per anni la visione di un film è stata considerata un esercizio naturale per gli studenti di cinema, un modo semplice e diretto per studiare linguaggio cinematografico, regia e struttura narrativa.
Oggi, però, alcuni docenti raccontano che per molti studenti l’esperienza di guardare un film intero può generare ansia o frustrazione. La difficoltà non riguarda tanto il contenuto quanto la durata dell’esperienza stessa.
Akira Mizuta Lippit, professore alla University of Southern California, sede di una delle scuole di cinema più prestigiose al mondo, ha descritto i suoi studenti come persone che reagiscono alla visione di un film come se stessero attraversando una crisi di astinenza da nicotina.
Durante le proiezioni di film classici come The Conversation di Francis Ford Coppola, alcuni studenti si agitano, si muovono continuamente sulla sedia e finiscono per cedere alla tentazione di controllare il telefono. Il risultato è che spesso perdono proprio le sequenze che erano state indicate come fondamentali per la lezione.
In alcuni casi i professori hanno iniziato a modificare il modo di insegnare, scegliendo film più recenti oppure mostrando singole scene invece di interi lungometraggi.
Il rifiuto del “cinema lento”
Un altro cambiamento riguarda il modo in cui molti studenti reagiscono al cosiddetto “slow cinema”.
Registi come Andrej Tarkovsky o Yasujiro Ozu hanno costruito la propria poetica su tempi dilatati, lunghi piani sequenza e momenti di silenzio. Per decenni questi elementi sono stati considerati segni distintivi del cinema d’autore.
Oggi però molti studenti li percepiscono come noiosi o eccessivamente pretenziosi.
Per alcuni docenti questo rappresenta un segnale preoccupante, perché il cinema è un’arte che richiede tempo. Ridurre l’esperienza a una serie di frammenti rischia di snaturare completamente il linguaggio del medium.
L’irrequietezza durante le proiezioni
I professori descrivono anche un cambiamento fisico nel comportamento degli studenti durante le proiezioni.
Anche quando l’uso degli smartphone è vietato, alcuni studenti appaiono irrequieti o frustrati. Alcuni fissano lo schermo senza reale coinvolgimento, mentre altri mostrano disagio per l’impossibilità di saltare avanti nella visione o di accelerare la riproduzione.
Queste abitudini sono ormai comuni sulle piattaforme digitali e stanno cambiando il rapporto con i contenuti audiovisivi, sempre più legato alla possibilità di controllare ritmo e durata dell’esperienza.
TikTok, pandemia e dopamina
Molti osservatori individuano tre fattori principali dietro questo cambiamento.
Il primo riguarda l’impatto delle piattaforme social basate su video brevi. Applicazioni come TikTok o Instagram Reels hanno abituato il cervello a ricevere nuovi stimoli ogni pochi secondi. In confronto a questa sequenza rapidissima di ricompense, una narrazione cinematografica di novanta minuti può sembrare interminabile.
Il secondo elemento riguarda gli anni della pandemia. Durante la didattica a distanza molti studenti hanno sviluppato l’abitudine al second screen, guardando un film o una lezione mentre utilizzavano contemporaneamente social network o videogiochi.
Infine c’è la pressione verso l’efficienza e la produttività. Alcuni studenti percepiscono la visione di un film senza multitasking come un’attività poco produttiva, perché non produce risultati immediati o misurabili.
Come stanno reagendo le università
Di fronte a questa situazione i professori stanno sperimentando approcci diversi.
Alcuni docenti, come Malcolm Turvey della Tufts University, hanno deciso di mantenere una linea molto rigorosa. In queste classi le proiezioni avvengono in una sala buia e senza telefoni, perché la capacità di restare concentrati su un film viene considerata parte integrante dell’educazione cinematografica.
Secondo questa visione il cinema è un’arte basata sul tempo e sull’esperienza continua. Ridurre la visione a una serie di clip significherebbe snaturarne completamente il linguaggio.
Altri insegnanti hanno scelto un approccio più pragmatico. Alcuni stanno accorciando i programmi di studio, utilizzando sequenze selezionate invece dei film completi oppure scegliendo film contemporanei più dinamici per mantenere alto il livello di attenzione degli studenti.
Perché questo fenomeno riguarda il futuro del cinema
Il problema non riguarda soltanto il comportamento degli studenti.
Se le nuove generazioni faticano a rapportarsi con le narrazioni lunghe e con i tempi del cinema tradizionale, questo cambiamento potrebbe avere conseguenze profonde anche sul modo in cui i film verranno realizzati in futuro.
Gli studenti di oggi saranno i registi, gli sceneggiatori e i produttori di domani. Se il loro rapporto con il tempo narrativo cambia, è possibile che cambi anche il modo in cui le storie vengono raccontate.
Alcuni osservatori temono che il cinema possa progressivamente trasformarsi in una forma di intrattenimento sempre più frammentata e veloce, simile ai contenuti brevi che dominano le piattaforme social.
Una battaglia per salvare la concentrazione
Molti professori vedono questa situazione come una sfida culturale più ampia.
La capacità di sopportare momenti di lentezza, di concentrazione prolungata e persino di noia creativa è stata per lungo tempo considerata una condizione necessaria per la riflessione e l’immaginazione.
Se questa capacità dovesse ridursi drasticamente, non cambierebbe soltanto il modo in cui guardiamo i film. Potrebbe cambiare anche il modo in cui pensiamo, creiamo e raccontiamo storie.
Per questo motivo alcuni docenti ritengono di trovarsi in prima linea in una battaglia inattesa: quella per difendere la possibilità stessa di restare seduti in una sala buia e guardare un film dall’inizio alla fine.









