
Microsoft e Sony potranno essere rivali, ma su un tema sembrano proprio vogler andare a “braccetto”… Non letteralmente sia chiaro, ma nel senso di voler esplorare una direzione simile. Parliamo dell’uso della IA come assistente virtuale nei videogiochi.
Da una parte quindi c’è Xbox, con un brevetto depositato nel 2024 intitolato “State Management for Video Game Help Sessions”, che sostanzialmente parla di un sistema pensato per aiutare il giocatore nei momenti più complessi di un videogioco. Dall’altra c’è PlayStation, che ha esplorato un’idea molto simile con un assistente AI capace di guidare – o addirittura sostituire – il giocatore. Due strade diverse, ma stesso punto di arrivo: l’intervento diretto di una IA dentro la tua partita.
L’idea di Microsoft: l’IA entra direttamente nel gioco
Il concetto alla base del brevetto Xbox è semplice da spiegare, ma molto più radicale nelle implicazioni. Microsoft parte da un’osservazione concreta: quando un giocatore si blocca, oggi esce dal gioco, cerca una guida, guarda un video, legge un forum.
Un processo lento, frammentato e, soprattutto, esterno all’esperienza.
Le cosiddette “help session” vogliono eliminare questo passaggio. L’aiuto non lo cerchi più fuori, ma arriva direttamente dentro il gioco. Può essere un tutorial contestuale, un suggerimento, una guida passo passo. Ma può anche diventare qualcosa di molto più invasivo.
Nel brevetto si parla chiaramente della possibilità di trasferire il controllo della partita a un altro giocatore, che prende in mano la situazione per aiutarti a superare un punto critico. E non solo: quello stesso ruolo potrebbe essere ricoperto anche da un modello di machine learning, ossia una IA. In pratica, qualcuno – o qualcosa – gioca al posto tuo, almeno per un pezzo.
La visione di Sony: un assistente IA che sa già cosa fare
Se quello di Microsoft è un sistema di “intervento”, l’idea di Sony è più integrata, quasi invisibile.
Il brevetto PlayStation descrive un assistente AI capace di analizzare il contesto di gioco e intervenire in tempo reale, sfruttando dati provenienti da gameplay reali, video online e contenuti come Twitch o YouTube.
Questo assistente potrebbe manifestarsi come una sorta di presenza nel gioco, un “fantasma” che suggerisce cosa fare, mostra i comandi da eseguire, dialoga con il giocatore, oppure esegue direttamente le azioni necessarie.
Non è solo un aiuto. È una forma di intelligenza che capisce dove sei bloccato e sa già come uscirne, perché ha visto migliaia di altri giocatori farlo prima di te.
Due approcci diversi, stesso risultato
Se si mettono uno accanto all’altro, i due brevetti raccontano la stessa cosa con linguaggi diversi.
Microsoft immagina un intervento esterno, che entra nella tua partita quando serve. Sony lavora su un assistente interno, sempre presente e pronto ad agire. Ma il risultato finale è molto simile: la possibilità concreta che il controllo del gioco non sia più esclusivamente tuo.
Accessibilità o perdita di identità?
È facile liquidare queste idee come eccessive, ma sarebbe un errore. C’è un lato estremamente positivo, ed è difficile ignorarlo.
Un sistema del genere potrebbe rendere i videogiochi molto più accessibili. Ci sono giocatori che abbandonano titoli perché troppo difficili, troppo complessi, troppo punitivi. Un aiuto intelligente, contestuale e immediato potrebbe fare la differenza tra smettere e continuare. Del resto l’uso del sistema sarebbe del tutto facoltativo, non obbligatorio. Chi vorrà potrà utilizzarlo, chi volesse continuare a fare affidamento solo sulle proprie capacità potrebbe ovviamente continuare a farlo. Una cosa non l’esclude l’altra. Si tratta solo di un’opzione in più!
Ma allo stesso tempo, è impossibile non porsi un’altra domanda. Se un gioco può essere completato da qualcun altro al posto tuo, quanto resta del senso di sfida? Quanto vale ancora superare un ostacolo, se sai che puoi delegarlo in qualsiasi momento?
Non è una questione tecnica. È una questione culturale.
Per ora sono solo brevetti, ma la direzione è chiara
È importante ribadirlo: si tratta di brevetti, non di funzionalità annunciate. Microsoft ha depositato il suo nel 2024, Sony nel 2025. Nessuna delle due aziende ha confermato che queste idee diventeranno prodotti reali.
Ma quando due realtà di questo livello iniziano a muoversi nella stessa direzione, difficilmente è una coincidenza. Significa che il problema esiste, che la soluzione viene studiata e che, prima o poi, qualcosa di simile potrebbe arrivare davvero.
La vera questione non è se vedremo mai queste tecnologie nei giochi, ma come verranno integrate. Perché il rischio non è l’esistenza dell’AI nei videogiochi. Quello è già il presente. Il rischio è che, passo dopo passo, si arrivi a un punto in cui giocare non significherà più giocare davvero. E che questo concetto possa diventare accettato e normale da parte dei videogiocatori.










