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Call of Duty e il confine perduto tra fiction e realtà

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A volte è inquietante la disinvoltura con cui l’industria videoludica si appropri della realtà per trasformarla in materiale d’intrattenimento. E non mi riferisco alla consueta ispirazione che sviluppatori e sceneggiatori ricavano dalla cronaca, né alla legittima ambizione di raccontare conflitti e tensioni geopolitiche attraverso la fiction. Parlo di un approccio sensibilmente diverso, che riflette la pretesa di ritenere che qualsiasi immagine, persino quella inerente ad una tragedia autentica, possa diventare un elemento scenografico da utilizzare per conferire maggior efficacia a una campagna promozionale.

L’ultimo episodio a riguardo è legato al trailer introduttivo di Call of Duty: Modern Warfare 4, il quale conteneva immagini autentiche della sanguinosa tragedia di Itaewon avvenuta a Seul nell’ottobre del 2022 e costata la vita a 159 persone. Se il grande pubblico non ci ha fatto neanche caso, questo grave scivolone etico non è passato inosservato ai familiari delle vittime, che hanno condannato con veemenza la scelta di spettacolarizzare la strage in questione per rappresentare un conflitto immaginario. Ben consci di aver superato il confine etico che separa il comune buon senso dalla crudele speculazione, i vertici di Activision hanno prontamente presentato pubbliche scuse, rimuovendo poi dal filmato le immagini appartenenti al repertorio giornalistico generalista.  Ma questo atto doveroso non ci autorizza a liquidare l’intera faccenda come una semplice leggerezza, giacché quanto accaduto ci dice molto sul modo in cui determinati produttori si rapportano al medium videoludico.

La tragedia reale come strumento di marketing

Il primo aspetto da analizzare riguarda, chiaramente, la superficialità che ha caratterizzato il montaggio del video: è, in altre parole, possibile che nessuno abbia ritenuto opportuno interrogarsi sulla provenienza di quelle sequenze e valutare l’effettiva necessità di utilizzarle? Difficile da credersi. Molto più probabile che quelle immagini siano state, in tal senso, considerate come qualsiasi filmato di repertorio di provenienza ignota, cosa che non giustificherebbe comunque il loro utilizzo nell’ambito di un’iniziativa volta a supportare il lancio di un FPS.

A prescindere dalla rispettiva datazione, la tragica realtà dei conflitti, delle rivolte e delle stragi, non può essere del resto ridotta ad un asset di supporto che assicuri maggior impatto a un contenuto pubblicitario. E non solo per una questione di cattivo gusto, ma anche di integrità etica. Un conto è, del resto, inquadrare la cronaca internazionale come serbatoio narrativo, rielaborando conflitti, crisi diplomatiche e tensioni geopolitiche per costruire scenari credibili: ben altra cosa è appropriarsi delle sue manifestazioni reali, per ottenere maggior visibilità. A chi non ci veda nulla di male, ricorderei che il videogioco dispone ormai di strumenti tecnici espressivi in grado di ricostruire qualsiasi scenario senza dover ricorrere alla sofferenza reale documentata dai telegiornali. E se davvero non siamo più in grado di rappresentare il dolore senza utilizzare quello di qualcun altro, il problema riguarda anche la nostra sensibilità collettiva.

Ingerenze politiche e propaganda

Come prevedibile, la questione non si esaurisce ovviamente nel solo perimetro di Modern Warfare 4, ma si estende anche alle sinistre ingenze di una regia politica che, da molti anni, sfrutta i vari Call of Duty e Battlefield come sponda per influenzare l’opinione pubblica. Nel momento in cui gli sparatutto e le rispettive declinazioni tattiche facciano riferimento diretto a conflitti contemporanei, individuare una linea di demarcazione fra cronaca, fantasia e propaganda può risultare complesso. Il motivo è spaventosamente semplice e si palesa nel punto di vista offerto all’utente: quello che stabilisce a priori chi siano i buoni e chi i cattivi; quello che suggerisce quali ragioni vadano comprese e quali debbano essere condannate; quello che alimenta una narrazione volta a fornire un’interpretazione univoca delle fazioni in campo e dei rispettivi interessi. Sotto questa particolare ottica, l’utilizzo di filmati reali acquisisce un ruolo molto più inquietante, perché potrebbe non costituire un semplice svarione, bensì uno strumento atto a rafforzare il messaggio e suscitare reazioni emotive oltre che ideologiche.

Pur volendo sottolineare che da qui a sostenere che dietro ogni Modern Warfare e Black Ops che giunga sul mercato si nasconda una subdola operazione di brainwashing ce ne passi, è francamente difficile attribuire a dette produzioni dei connotati di neutralità culturale. In questo senso, la propaganda finisce per alimentarsi quasi da sé e consumarsi nella ripetizione di schemi, soluzioni e obiettivi implicitamente volti a favorire una particolare visione del mondo come l’unica accettabile. Non a caso, il corto circuito si verifica quando un conflitto contemporaneo viene raccontato attraverso contrapposizioni sistematiche fra civiltà e barbarie, libertà e oppressione, giustizia e terrorismo, perché l’utente finisce inevitabilmente per familiarizzare con una determinata lettura della realtà. Specialmente quando è così giovane da non avere ancora gli strumenti per distinguere una ricostruzione iperbolica da un’analisi attendibile degli avvenimenti.

Responsabilità e buon senso

Volendo gettare benzina sul fuoco, potrei a questo punto alzare la posta in gioco e tirare in ballo rapporti non proprio edificanti tra industria videoludica, governi dell’asse atlantico e rispettivi apparati militari. Ma questo è un tema così ampio da meritare un editoriale a parte. Restando sul pezzo, preferisco pertanto chiudere il cerchio intorno alla questione evidenziando le responsabilità che il videogame e i suoi artefici sono richiamati ad assumersi ogni qualvolta propongano un’esperienza bellica basata su conflitti reali e ancora in corso. Sebbene non si pretenda che uno sparatutto si trasformi in un trattato di geopolitica, è fondamentale riconoscere che questo medium occupi oramai una posizione strategica così rilevante da contribuire attivamente alla formazione culturale di chiunque ne usufruisca. Va da sé che sia dunque imperativo approcciare determinati temi essendo ben consapevoli di questo potere e smettere di far finta che si tratti solo di un prodotto da entertainment domestico. Fuori dallo schermo, al di là dell’innocua logica dei checkpoint e dei respawn, la guerra rimane infatti una catastrofe tangibile ad ogni latitudine e le sue vittime non sono bot o manichini da mostrare per creare hype. Questa è la ragione per cui è necessario conferire molto peso alla vicenda di Itaewon, giacché ridimensionarla o normalizzarla favorirebbe un processo di desensibilizzazione progressiva che potrebbe spingerci a rapportarci a conflitti, catastrofi e massacri reali con la medesima attitudine che riserviamo a filmati in CGI, spot pubblicitari e contenuti di intrattenimento. 

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