Home Editoriale Alleata preziosa o sostituto pericoloso? L’IA divide gli addetti ai lavori

Alleata preziosa o sostituto pericoloso? L’IA divide gli addetti ai lavori

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L’acceso dibattito sull’Intelligenza Artificiale applicata allo sviluppo dei videogame continua a scaldare gli addetti ai lavori, contrapponendo l’entusiasmo degli ottimisti ai timori dei diffidenti. Se da una parte, l’IA assicura un significativo snellimento dei processi di produzione con drastica riduzione di tempi costi di sviluppo, dall’altra solleva interrogativi ideologici, occupazionali e creativi che non possono essere liquidati con superficialità. Dopo aver raccolto un significativo numero di pareri d’inclinazione opposta abbiamo provato a isolare i punti chiave di due visioni antitetiche, nella pia speranza di giungere a un compromesso che possa mettere tutti d’accordo… Anche perché ben presto giungerà il momento di prendere decisioni da cui non si potrà tornare indietro.

Il fascino di un’opportunità potenzialmente rivoluzionaria

L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nei processi produttivi dei videogiochi rappresenta, sotto molti aspetti, una straordinaria opportunità. In un’industria in cui i costi di sviluppo sono cresciuti in maniera esponenziale e i tempi di produzione si sono allungati fino a superare spesso la soglia dei cinque anni, l’automazione delle mansioni di routine può fungere da vitale acceleratore strategico.

I processi di generazione procedurale assistita permettono, ad esempio, di creare ambienti complessi in tempi ridotti, ottimizzare animazioni e automatizzare le fasi di testing e debug, analizzando, nel mentre enormi quantità di dati relativi ai feedback dei giocatori: un dettaglio, quest’ultimo, in grado di veicolare miglioramenti costanti nel bilanciamento del gameplay o nell’esperienza utente. In questo senso, l’Intelligenza Artificiale si configura come uno strumento di supporto dal potenziale inestimabile che, se usato in modo strategico, può ottimizzare le dinamiche produttive liberando game designer e altre figure chiave dagli oneri più tecnici, per consentir loro di approfondire gli aspetti più autoriali e sperimentali dei progetti su cui sono impegnati.

L’ombra lunga della delega creativa

A prescindre da ogni eventuale beneficio, ogni rivoluzione tecnologica determina però effetti collaterali che possono riflettersi anche su larga scala. Nel caso specifico, il rischio non risiede tanto nell’automazione delle mansioni tecniche, quanto nella tentazione di delegare all’algoritmo anche i processi creativi.

Se l’Intelligenza Artificiale diventasse una sorta di “oracolo” a cui affidare non solo la generazione di asset secondari, ma anche la definizione di concept narrativi, meccaniche di gioco, level design e direzione artistica, si rischierebbe di oltrepassare la sottile linea rossa che separa l’opera umana dalla produzione sintetica. Con conseguenze plausibilmente nefaste. La creatività non può essere d’altronde ridotta ad una mera combinazione statistica di elementi preesistenti, giacché essa sottintende intuizioni, rischi, errori e ambizioni inestricabilmente legate al patrimonio intellettivo degli esseri umani. Non a caso, molti dei videogame più evocativi affondano radici nel fertile terreno delle esperienze vissute dagli autori, delineando un’equazione in cui sensibilità culturale, conflitti interiori, emozioni personali e visione politica si fondono armoniosamente. Affidando le chiavi di questo meccanismo a un sistema predittivo significa pertanto correre il pericolo di appiattire il bagaglio immaginario di un’opera, finendo per standardizzare soluzioni narrative e codificare formule “ottimali” basate su metriche e dati di mercato, piuttosto che sullo slancio artistico del visionario.

Al netto della declinazione filosofica del processo di sviluppo, si vanno inoltre ad aggiungere anche molte controindicazioni pratiche. L’implemento sistematico di questo strumento solleva, difatti, grossi interrogativi legati al suo impatto sul mondo del lavoro. Oltre alla sfera dei programmatori, le conseguenze di un utilizzo sistemico delle IA potrebbe tradursi in gigantesche ondate di esuberi, estendendosi rapidamente dal ramo della programmazione anche all’habitat in cui convivono concept artist, level designer, soggettisti, sceneggiatori e tester, molti dei quali verrebbero “sacrificati” in nome dell’efficienza. Di fronte a questa criticità, si potrebbe obiettare che, come accaduto in seguito all’introduzione di tante altre tecnologie rivoluzionarie, la scomparsa di alcune professioni verrebbe compensata dalla nascita di nuovi lavori… Peccato che i primi dati effettivi diffusi a riguardo da OCSE, ILO ed Eurostat smentiscano seccamene quest’ipotesi. In media, si stima ad esempio che per 1000 posti lavoro persi a causa delle IA, il numero di individui che abbiano professionalmente beneficiato del suo implemento non arrivi neanche alla soglia delle 30 unità. In termini brutali, l’IA brucierebbe dunque molti più lavori di quanti ne possa creare e secondo molti esperti, questo fattore potrebbe determinare, nel giro di soli dieci anni, la più grande crisi occupazionale mai verificatasi nella storia moderna.

Una questione di equilibrio?

Per quanto verosimili e spaventosi, i catastrofismi di cui sopra farebbero riferimento a scenari estremi che, molti definiscono improbabili. A patto che venga concepita come mezzo e non come fine, l’Intelligenza Artificiale potrebbe semplicemente inserirsi in quella traiettoria virtuosa che ha segnato l’implemento di svariati game changer come Internet, contenuti digitali e piattaforme streamig. Stabilito che, prima o poi, anche i detrattori più coriacei dovranno accettare che l’IA diventerà parte integrante del processo di creazione dei videogame, il grande dibattito potrebbe presto risolversi nella dimensione dell’etica. Riusciremo, in altre parole, a utilizzare quest’anello del potere con parsimonia e giudizio o finiremo per lasciare ad esso il controllo assolto sul nostro destino? Il cuore vorrebbe rispondere sì, ma la testa e la memoria storica sono decisamente orientate a un no categorico.

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