
Nonostante i progressi maturati negli ultimi tre secoli sul piano culturale e sociale, noi esseri umani continuiamo a mostrare una spiccata tendenza a trasformare ogni ambito di interesse in un terreno di scontro tra fazioni. Accade puntualmente in religione e politica, ma anche in contesti che non giustificherebbero il reiterarsi di simili dinamiche. Il mondo dell’intrattenimento, e, in particolare, quello dei videogame continua ad esempio a vivere di dispute ideologiche tanto aspre da evocare ataviche logiche tribali.
Le community di appassionati, che dovrebbero costituire una zona franca volta ad esaltare i concetti di svago, condivisione e comunione di intenti, assumono di rimando i tratti delle curve da stadio, trasformando i loghi dei brand in vessilli bellici e la rispettiva produzione in sacre scritture. In questo contesto, l’obiettività si riduce a tabù e il valore di un videogioco finisce spesso per essere determinato in base alla percezione che si ha dell’azienda che lo realizza, piuttosto che dall’analisi delle sue qualità. Un prodotto ideato con lo scopo di coinvolgere e divertire il pubblico, assume così una dimensione tanto rilevante da sovrapporsi all’identità stessa del videogiocare che, a quel punto, non può che interpretare ogni critica mossa nei riguardi di un’opera come un attacco personale. Non di meno, lì fuori è anche pieno di gamer pronti a ignorare titoli potenzialmente validi per principio e fanboy che accolgono ogni IP di un determinato editore con entusiasmo aprioristico.
Sarebbe tuttavia troppo semplice descrivere il fenomeno come qualcosa che riguarda esclusivamente “gli altri”. La verità è che molti appassionati, prima o poi, si lasciano trascinare in questa dinamica, tanto da incentrare i propri acquisti sulla base di pregiudizi anche inconsci. Le conseguenze di questo fenomeno alimentano, in questo senso, un clima di contrapposizione permanente, rea di impoverire il dibattito e dirottare ogni valutazione verso aspetti che col videogame in sé hanno poco o nulla a che vedere.
Stabiliti gli estremi di questa deriva, la domanda da porsi è relativamente semplice: come possiamo sottrarci a questa viziata logica da ultrà? A patto che lo si voglia davvero, un primo passo potrebbe consistere nel prendere distanze dal concetto di appartenenza militante e tornare (o iniziare) ad orientare i proprio acquisti in base a criteri più neutri, come l’interesse per il tema trattato e la naturale inclinazione verso i generi che preferiamo. In questo modo, titoli prima ignorati per decreto, potrebbero diventare scoperte inattese e la stessa esperienza di gioco recupererebbe la sua intima dimensione ludica. Col tempo, quest’approccio aiuterebbe molti a maturare una diversa visione del settore, il quale gli apparirebbe molto più vasto, vitale e profondo di quanto non si creda. La stessa percezione dell’industria muterebbe di conseguenza: liberi da vincoli “politici” e preconcetti, potremmo magari iniziare a notare che il declino contenutistico di cui continuiamo a parlare scaturisca più dai luoghi comuni che da osservazioni fattuali. Giusto in proposito, siamo davvero sicuri che il settore sia prigioniero di una stasi creativa? Al di là di ogni legittima riserva, la risposta è a nostro avviso meno scontata del previsto: il sospetto è che fin troppi utenti abbiano barattato da tempo la preziosa indole da esploratore del fanciullo con una zona di confort fatta di dictat, dogmi e precetti.







