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La pubblicità entra in gioco

pubblicità in gioco editoriale

Poco meno di un anno fa, proprio qui su Gametimers, vi avevo parlato della concreta prospettiva che gli annunci pubblicitari sarebbero diventati un fattore attivo di quella che è la complessa equazione dell’esperienza videoludica. Appena undici mesi dopo, ci ritroviamo sul medesimo portale a commentare l’indiscrezione che vede Microsoft pronta a valutare concretamente l’integrazione di annunci pubblicitari all’interno di Xbox Cloud Service per preservarne l’accesso gratuito.

A primo acchito, l’aspetto più inquietante della faccenda parrebbe essere costituito dalla rapidità con cui si sia passati dalla teoria alla pratica: io stesso avevo considerato che uno scenario del genere non potesse configurarsi in questa forma prima di tre o quattro anni. Mentre rimuginavo sulla notizia, mi sono tuttavia reso conto che la tempistica costituisca l’ultimo dei problemi. Trovo difatti più sinistro il modo in cui questa proposta verrà sottoposta agli acquirenti e cioè come un’occasione vantaggiosa e non come un patto col diavolo destinato a stravolgere per sempre la nostra fruizione del medium. Stupisce, peraltro, la naturalezza con cui si faccia accenno all’affare, come se nessuno di noi avesse contezza delle condizioni in cui versano piattaforme come YouTube, Amazon Prime, Netflix e Spotify da quando gli spot hanno varcato la soglia di ingresso; come se nessuno di noi si fosse accorto che questo modello di business costituisca un’opzione percorribile solo a parole, giacché mirato a sabotare la qualità del servizio a tal punto da spingere il fruitore a sobbarcarsi spese più elevate solo per tornare a godere del prodotto nella sua forma iniziale. Checché se ne dica, la promessa di un ecosistema a costo zero in cui gli annunci pubblicitari paghino al posto nostro, non è infatti altro che un vincolo travestito da opportunità. O peggio, un’ideale imposizione mascherata da scelta.

Che ai piani alti dell’industria non abbiano grossa stima delle capacità intellettive del pubblico ce n’eravamo del resto accorti da tempo. E, di certo, chi vorrebbe inquadrare la mossa di Microsoft nell’ottica di una semplice strategia promozionale legata al lancio della versione definitiva di Xbox Cloud Service, non fa molto per smentirli. In questo senso è bene ribadire che no, questa non è un’innocua formula di marketing atta ad abbassare la soglia d’ingresso e attirare nuovi utenti, bensì l’antipasto di un banchetto che si consumerà non appena la definitiva transizione al digitale sarà completa. A quel punto, diverrà infatti palese che slogan quali “risparmia con Game Pass” o “gioca gratis accettando qualche spot” non fossero che il lascia passare per la highway to hell del capitalismo on demand: un circo fatto di pop-up, annunci pre-sessione, cartelloni dinamici in-game e sponsorizzazioni camuffate da caricamenti che finirà per rievocare lo spettro della TV commerciale degli anni ’80… Quella che trasformò la narrazione cinematografica in un iper ciclo non lineare di fotogrammi, in cui il film finiva per essere un onirico intervallo tra i pannolini del pupo incontinente, il dopobarba dell’uomo che non deve chiedere mai e la pasta adesiva per dentiere.

Il fatto è che nessuno di noi potrà dire di esser stato colto di sorpresa: sapevamo da tempo che i costi di sviluppo, manutenzione e sostentamento del settore gaming erano diventati tanto insostenibili da escludere l’idea che esso potesse sopravvivere sfruttando il solo profitto derivante dalle vendite. Ora che lo tsunami sta arrivando davvero, non resta pertanto che bere o affogare, perché una volta infranto il sigillo non si tornerà indietro. Forse non mancheranno boicottaggi di sorta, né gli eroici atti di strenui oppositori pronti a tagliarsi le mani pur di non alimentare la vivisezione della gaming experience, ma alla fine i magnati dell’industria non dovranno far altro che attendere che il tempo faccia il suo corso. Prima di quanto crediamo, nessuno si ricorderà più che sia esista un’epoca in cui gli spot e i videogame costituivano due realtà distinte e separate. Lì fuori sono di fatti già nati migliaia di esseri umani che diventeranno videogiocatori in un habitat in cui la pubblicità sarà già parte del pacchetto. E, proprio come accade oggi ai nostri nipoti che stentano a credere ad un prima in cui YouTube e i vari Social non avessero pubblicità, faticheranno anche solo a immaginare un videogame privo di interferenze commerciali.

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