
La Monnalisa di Leonardo misura 77 cm di altezza per 53 cm di larghezza, mentre il murale di Julian Assange realizzato da Jorit sfiora i 20 metri per 15. “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles durava appena 39 minuti e 43 secondi, contro i 56 minuti e 19 secondi di “Buongiorno”, il diciannovesimo album di Gigi D’Alessio. “Avengers: Endgame” si estende invece per 3 ore e 2 minuti a fronte dei soli 89 di “Ladri di Biciclette”. In ognuno dei tre contesti artistici menzionati, ovvero pittura, musica e cinema, non troveremo nessun critico disposto a stabilire il valore delle opere citate in base alle loro dimensioni o alla rispettiva durata. Se però scegliessimo di adottare lo stesso metro di giudizio utilizzato nel nostro settore otterremmo tuttavia pareri tendenzialmente opposti. Qual è, in tal senso, l’insegnamento che possiamo trarre da questi paralleli? Una deduzione ovvia in base a cui il concetto di longevità, declinato in ore di gioco o in ottica della vastità dell’area d’esplorazione, non costituisca un parametro affidabile. Ciò nonostante, gran parte dei nostri acquisti vengono puntualmente influenzati da questo fattore. Come se l’opera fosse prima di tutto un investimento da ammortizzare.
All’origine di questo riflesso spontaneo c’è la pretesa che un prodotto venduto a ottanta euro debba durare tanto da giustificare la spesa, ma anche un principio contabile assai radicato che impedisce ancora molti di inquadrare il videogame come un’opera artistica a tutto tondo. Galoppando a tutta velocità sul web, questo preconcetto si riflette spesso e volentieri anche nelle valutazioni degli esperti: alcuni di essi si ostinano ad esempio a recensire i videogiochi come fossero automobili, finendo troppo spesso per premiare titoli che macinano più chilometri a scapito di esperienze più dense, ma brevi. È in tal senso opportuno sottolineare che quel famoso processo di emancipazione dell’opera videoludica nella cultura contemporanea passi anche dalla consapevolezza che le dimensioni non siano sinonimi di qualità. Continuare a discutere di misure come se fossero un pilastro della valutazione significa del resto confondere la quantità con il significato e trasformare l’esperienza di gioco in una banale contabilità del tempo.
Se si limitasse a intaccare solo recensioni e vox populi, la questione vanterebbe magari carattere più marginale. Il problema è che questo tipo di feedback finisce inesorabilmente per influenzare anche l’operato degli sviluppatori. Nel tentativo di rispettare determinate aspettative, questi ultimi si forzano di sovente a estendere il perimetro dei propri progetti ben oltre il necessario, finendo per proporci mondi sempre più grandi, ma farciti di attività ripetitive utili solo a gonfiare il cronometro. Quella che, rispettando il giusto equilibrio e la visione originale dell’autore, potrebbe delinearsi come un’esperienza di gioco ricca e appagante, viene così diluita fino a smarrire completamente la propria identità… Tanto che non è raro riscoprirsi ad aver vagabondato per 100 ore e passa in cerca di collezionabili, senza neanche riuscire a ricordare quale fosse lo scopo della nostra missione.
Piuttosto che stare attenti al rapporto tra euro spesi e minuti giocati, dovremmo probabilmente cambiare punto di vista e riconoscere il tempo di qualità come unica valuta rilevante. Un giorno lontano, quando saremo magari ultra centenari, allettati e tristi, accorgerci di aver trascorso migliaia di ore per le strade di mondi virtuali pieni di paccottiglia, potrebbe infatti risultare intollerabile.









