
Da un po’ di tempo a questa parte, nei commenti che accompagnano le recensioni, si fa strada con crescente insistenza la pretesa che l’autore di turno debba limitarsi a descrivere il gioco, senza proporre alcuna opinione personale atta a stabilire se il prodotto abbia incontrato o meno i suoi gusti. Il giudizio sull’efficacia della proposta sarebbe infatti percepito come un’intrusione o, addirittura, come la manipolazione di una verità oggettiva e insindacabile. In questa prospettiva, il lavoro del recensore viene tuttavia derubricato a un compito puramente notarile, che mal si abbina a quel diritto di critica che è, da sempre, l’essenza del giornalismo. Ridotta entro i confini di un’analisi impersonale, la recensione si risolverebbe del resto in una mera catalogazione di elementi quali meccaniche di gioco, durata complessiva, architettura dei sistemi e prestazioni tecniche. Più che un esercizio critico, una vacua scheda informativa; più che un testo d’opinione, un manualetto di istruzioni finalizzato unicamente a definire come funzioni il gioco, piuttosto che a stabilire quanto e perché esso possa risultare efficace.
Alla base di questa esigenza langue un equivoco sottile, ovvero che il parere del recensore violi i concetti di imparzialità e obiettività. Si tratta di un fraintendimento comprensibile, ma profondamente limitante. Entrambi i fattori sono senz’altro strumenti cruciali di una buona critica, ma la loro funzione vanta carattere preliminare, costituendo la base su cui imbastire il processo di valutazione che debba completarsi con un verdetto che rispecchi la visione soggettiva dell’autore. In assenza di un’interpretazione personale delle qualità di un prodotto, la recensione in quanto tale perderebbe difatti la sua funzione primaria, vale a dire quella di determinare se l’investimento legato al suo acquisto sia giustificabile o meno. Il problema è che, di sovente, il lettore moderno sembri preferire un rapporto dettagliato su bug funzionali da contrapporre alla sterile descrizione delle feature di gioco, convinto del fatto che un verdetto emesso in relazione a queste prerogative sia più affidabile. Nel momento in cui si dovesse impedire al recensore di sostenere una tesi propria, gli articoli finirebbero però con omologarsi ad una fiacca formula concettuale, rea di appiattire ogni margine di confronto. Anche se non tutti sembrino cogliere il valore di quest’opportunità, va in tal senso ribadito che il parere del professionista sia e resti l’elemento cardine della recensione. Grazie ad esso, il lettore può trarre elementi utili ad amplificare la sua percezione dell’opera e, perché no, scoprire aspetti della stessa che potrebbero essergli sfuggiti. Logicamente, ciò non implica che il pubblico debba accettare come Verbo il punto di vista degli organi specializzati, bensì l’esatto contrario. Una recensione basata su un’opinione ben argomentata può anzi agevolare l’elaborazione di obiezioni più centrate, da cui il dibattito tra firma e lettore trarrebbe senz’altro giovamento. Si può in tal senso affermare che una buona recensione non imponga un verdetto, ma renda possibile esprimere il dissenso su basi più consapevoli.
L’invito, in definitiva, è a non confondere l’imparzialità con l’assenza del giudizio giacché l’affidabilità di un testo non passa per il silenzio critico del suo autore, ma dalla solidità delle sue argomentazioni. Perché descrivere un gioco significa soltanto certificare che un videogame esista, mentre valutarlo con piglio critico e soggettivo significa provare a capire quanto valga.
Prima che vi fiondiate a commentare l’articolo mettendo subito in discussione la competenza o la professionalità dei recensori, vale la pena sottolineare un principio universalmente condiviso: la critica non è sempre di qualità e i critici non sono sempre all’altezza del compito. Fa parte del gioco e vale per ogni contesto in cui i critici possano avere margine di intervento. Di conseguenza, vi esortiamo comunque a scegliere con cura le firme cui affidarvi, invece che a reclamare testi sempre più neutrali.







