
Per anni Fortnite non è stato soltanto un videogioco, ma un immenso ecosistema capace di inglobare musica, eventi e intere community in un flusso continuo di contenuti. Alla luce dei record infranti, era lecito ipotizzare che il fenomeno avrebbe continuato ad espandersi anche nel prossimo futuro. Con una certa sorpresa, in questa settimana abbiamo invece scoperto che il monumentale bancomat di casa Epic starebbe iniziando a dare segni di instabilità. Non parliamo ovviamente di un crollo improvviso, bensì di un logorio lento, costante e silenzioso, balzato all’attenzione dei media dopo il rilascio dei più recenti dati di fruizione. In base alle ultime verifiche, nell’ultimo biennio il tempo medio mensile speso su Fortnite dai giocatori è infatti sceso sotto il livello di guardia, consolidando un trend negativo compreso tra il 20% e il 25% di permanenza in game. Se nel semplice contesto dei titoli che offrono un’ampia sezione multiplayer un calo del genere suonerebbe come un campanello d’allarme, nella dimensione dei Live Service equivale ad un tonfo in grado di destabilizzare gli equilibri finanziari dell’intero progetto. Oltre a determinare un preoccupante drop sia in termini di engagement che sotto il profilo dell’acquisto di contenuti, una presenza meno assidua di utenti non può infatti che influire negativamente sui ricavi e appesantire gli investimenti profusi per sostenere la piattaforma.
Non a caso, la reazione di Epic Games è stata drastica: mille licenziamenti in una singola tranche costituiscono del resto una contromisura che va ben oltre le dinamiche di una banale riorganizzazione interna. A corroborare la tesi che attribuisce toni molti seri all’intera faccenda, subentrano poi degli interventi ancor più radicali sull’impianto di gioco. Ci riferiamo, nel dettaglio, alla definitiva soppressione di modalità come Rocket Racing, Ballistic e Festival Battle Stage le quali, una manciata di mesi fa, ci erano state “vendute” come asset destinati ad amplificare la Fortnite Experience in modo radicale. Sebbene i portavoce dell’azienda statunitense abbiano ricondotto questa decisione alla volontà di concentrare gli sforzi sull’ottimizzazione di feature pregresse, le statistiche sembrano tuttavia raccontare una storia ben diversa. Numeri alla mano, nessuna delle tre succitate opportunità di engagement si sarebbe in effetti dimostrata in grado di attirare un numero incoraggiante di nuovi giocatori e men che mai capace di trattenere coloro che ne erano incuriositi. Va da sé che la volontà di trasformare Fortnite in un Super Metaverso videoludico sia infine andata ad impattare contro un limite più concettuale che tecnico: l’incapacità di sollecitare oltremodo l’interesse del pubblico ormai sazio. Ed è proprio qui che il caso assume connotati più ampi di una flessione temporanea. Nel momento in cui le prime crepe del format Live Service iniziano a intaccare anche il suo principale attore, è lecito avanzare il sospetto che i nodi strutturali di questo modello di business siano infine arrivati al pettine.
A ben vedere, non si tratta di un epilogo imprevisto: appena due di settimane fa noi stessi avevamo evidenziato le criticità di un sistema che, per sostenere i propri costi, fosse condannato a crescere di mese in mese. Il problema è che, per quanto risultare accattivante, ben realizzato e puntualmente supportato, nessun progetto può dirsi immune alla fisiologica contrazione del coefficiente di interesse. Nel caso di Fortnite la situazione assume, tra l’altro, gli estremi del paradosso: i rispettivi costi di gestione avrebbero infatti raggiunto una cifra tale che sarebbe complesso assorbirli persino nel caso in cui la piattaforma diventasse la più usata al mondo. In termini pratici, per alimentare questo circo occorrerebbe reclutare milioni di nuovi utenti ogni mese e assicurarsi che ognuno di essi spendesse almeno otto ore al giorno al suo interno: peccato che il numero di videogiocatori presenti sul pianeta Terra sia limitato come pure il tempo di cui essi dispongano.
Al punto in cui siamo, è evidente che nemmeno i fenomeni globali più rilevanti siano immuni da eventuali tracolli. E se perfino un colosso del calibro Fortnite può ritrovarsi con la coperta corta nel giro di qualche mese, mettere in discussione l’intero modello su cui l’industria ha puntato negli ultimi anni è uno step obbligatorio. Si richiede in tal senso l’adozione di un approccio più sostenibile e la contingente archiviazione di un format che funziona solo in relazione ad una crescita costante. Viceversa, le aziende saranno costrette a sviluppare strategie di monetizzazione sempre più estreme, facendo presto ricorso anche ad un esponenziale aumento degli annunci pubblicitari in game.







