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Ninja Theory verso la chiusura, ma la sconfitta è anche nostra

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Ci sono studi che realizzano videogiochi e altri che, attraverso di essi, puntano ad esplorare le possibilità espressive di questo medium, testandone i confini tecnici, narrativi e sensoriali. Ninja Theory appartiene senza dubbio alla seconda categoria e, proprio per questo motivo, la prospettiva della sua chiusura rappresenta molto più della semplice scomparsa di una software house tra le tante. In gioco vi è infatti la sopravvivenza di una realtà che, sfoggiando una coerenza non comune, ha cercato di sottrarre il videogioco alla condizione di mero prodotto di intrattenimento, relazionandosi ad esso come un linguaggio dotato di una propria autonomia artistica e di strumenti espressivi ancora inesplorati. In tal senso, la Saga di Hellblade può essere inquadrata come la riuscita sintetizzazione di questa filosofia produttiva: i suoi due episodi hanno difatti valicato i più ordinari schemi della narrazione videoludica, proponendo un’esperienza multisensoriale tanto completa e sofisticata da consentire l’opportunità di affrontare il tema della patologia psicotica come mai fatto prima. L’obiettivo ultimo dell’opera in questione non era, del resto, quello di esplorare soltanto la mitologia norrena da un punto di vista insolito, bensì trasferire al giocatore una porzione dell’esperienza percettiva della protagonista, specialmente nei momenti in cui la rispettiva visione risultasse alterata dalla schizofrenia.

La sperimentazione come rischio inaccettabile

Di fronte ad un sforzo creativo di tale portata è oggettivamente restare indifferenti eppure, al netto di una cerchia relativamente ristretta di appassionati, il grande pubblico non ha ritenuto la proposta abbastanza interessante da concederle un minimo di attenzione. Il che è francamente paradossale, visto che la quasi totalità dei videogiocatori accusa costantemente l’industria di aver smarrito la propria capacità di innovare, per rifugiarsi nell’ostinata riproposizione di marchi conosciuti, remake, remastered, sequel e formule produttive sempre più orientate alla mera monetizzazione del cliché.

Sebbene, a livello puramente ideologico, non vi sia nulla di sbagliato nel coltivare la propria fidelizzazione verso i franchise più noti, il controsenso è palese e sottoscrive che la nostra richiesta di novità, formule inedite e sperimentazione sia prevalentemente teorica. Come certificato dai freddi numeri del mercato, nel fatidico momento in cui c’è da metter mano al portafogli, preferiamo puntualmente andare sull’usato sicuro e investire in un progetti commerciali dalla fama consolidata.  

Ebbene, è proprio nell’ordine di questo corto circuito tra intenzioni, volontà e azioni che il probabile fallimento di Ninja Theory assume una dimensione culturale, piuttosto che commerciale. Se è vero com’è vero che a staccare la spina sia stata Microsoft, è altrettanto innegabile che il disinteresse delle masse nei confronti del lavoro svolto dal team anglosassone abbia influenzato l’aritmetica che giustifica detta decisione. Il problema è che, a forza di criticare i ritmi dell’industria e la sua tendenza alla speculazione, abbiamo probabilmente dimenticato che, in fin dei conti, essa non faccia altro che assecondare i segnali che il pubblico le fornisce attraverso le vendite. Nel momento in cui videogiocatori seguitano a bocciare la sperimentazione per foraggiare sempre gli stessi brand e i medesimi format produttivi, è fisiologico che la maggior parte degli studi di sviluppo finisca col tenersi a debita distanza da qualsiasi iniziativa che non rifletta i modelli di maggior successo.  Secondo quest’ottica, la chiusura di Ninja Theory diventa pertanto giustificata, se non addirittura logica.

L’aspetto più doloroso dell’intera vicenda è che la storia di Senua aveva ancora molto da raccontare, tanto che i suoi creatori si stavano già preparando a farlo ponendosi l’obiettivo di esplorare nuove frontiere di interazione. Ironia della sorte, un personaggio così complesso e resiliente da superare sfide ai limiti della concezione umana come la battaglia col lato oscuro della propria mente, finirà dunque per sparire sul più bello. E non per sopraggiunti limiti concettuali, ma per la sola colpa di non aver soddisfatto standard economici in grado di assicurarle un futuro.

Il rischio concreto di un effetto domino

A questo punto, la questione supera di gran lunga gli estremi del caso Ninja Theory. Ben presto, al tracollo di quest’ultima andranno purtroppo ad aggiungersi altri insigni profeti dell’innovazione, il primo dei quali potrebbe essere DON’T NOD. L’azienda francese è infatti scivolata in una delicatissima crisi finanziaria che potrebbe portare il brand alla resa entro la fine del prossimo novembre. Quasi superfluo risulta aggiungere che, anche in questo caso, il nostro settore e, per estensione, i suoi fruitori, perderebbero un altro studio che aveva provato a sondare nuove dinamiche di narrazione videoludica, con la prospettiva di vedere il ramo della sperimentazione contrarsi ancor di più. Questo plausibile effetto collaterale ci restituisce l’immagine di un’industria tecnologicamente straordinaria, capace di mobilitare risorse impensabili soltanto qualche decennio fa, ma anche e soprattutto incatenata a precetti commerciali sempre più standardizzati. Alla lunga, questa stagnazione non potrà dunque che ostacolare sistemicamente l’ambizione di elevare il videogame al livello di ogni altra forma di espressione artistica universalmente riconosciuta… Ed è piuttosto chiaro che, ai piani alti del sistema, nessuno sembri avere così a cuore quella legittimazione che libererebbe finalmente il prodotto dall’etichetta di giocattolone per bambini ricchi e adulti mai cresciuti. Fino a quando non si scenderà stoicamente a patti con l’idea che l’arte faccia sempre rima con rischio e che, in assenza di una domanda sufficiente, il pubblico vada anche incoraggiato a maturare una visione meno tecnica del videogame, quest’ultimo continuerà, in tal senso, ad essere inquadrato come un prodotto usa e ricicla… Ed è proprio questo concetto da cui occorre emanciparsi, giacché Ninja Theory e chiunque la seguirà nell’oblio non chiuderanno per una semplice dinamica di costi e ricavi, ma anche per mano dell’indifferenza. Quella riservata loro anche da molti videogiocatori che non riescono a guardare oltre i soliti nomi e i medesimi brand. Gli stessi videogiocatori che, prima o poi, potrebbero voltarsi indietro e riconoscere di essersi persi dieci, cento, mille occasioni per esplorare il potenziale del medium supportando le aziende che intendevano farlo per davvero.

Il lascito del Ninja

Onde evitare che la celebrazione di Ninja Theory diventi stucchevole è probabilmente giusto sottolineare che non tutti i prodotti scaturiti dalle rispettive fucine possano essere considerati inattaccabili. L’unico dato che è impossibile confutare è che questo studio abbia sempre di anteporre la ricerca alla semplice adesione alle mode del momento. Se davvero dovesse essere costretto ad alzare bandiera bianca, la sua eredità non consisterebbe quindi dei soli giochi che ci avrebbe lasciato, ma della dimostrazione che, quale veicolo di espressione narrativa senza eguali, il videogame presenti ancora margini di maturazione incalcolabili.  Sale allora il rimpianto per un’opportunità che rischiamo di perdere senza neanche aver compreso appieno l’entità del danno: una voce creativa che difficilmente potrà essere sostituita dalla semplice disponibilità dell’ennesimo Open World a tripla A.

Ciò detto, la morale della storia è lapalissiana: la prossima volta che ci ritroveremo a lamentarci per l’annuncio dell’ennesimo remake o di fronte all’ennesima esperienza costruita attorno a un modello funzionale ai trend del momento, ricordiamoci che molte delle alternative che invochiamo sono proprio lì, sotto il nostro naso. Se desideriamo sul serio che il videogame non si riduca a mero fast food dell’home entertaiment, c’è una sola via da percorrere: mettere da parte la via più sicura, per fare un passo in direzione dell’ignoto.

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