
Ci sono notizie che arrivano come un fulmine a ciel sereno e altre che si limitano a fissare il punto su una questione segnata da tempo. La chiusura di BioWare appartiene a questa categoria. Chiaramente, la pregressa consapevolezza di un tale epilogo non lo rende meno doloroso, giacché siamo pur sempre parlando di uno degli studi più rilevanti nella storia del videogame occidentale. Ciò nonostante, è difficile resistere alla tentazione di sostenere che sia meglio così perché, a conti fatti, la BioWare dei miracoli era morta coi titoli di coda di Mass Effect 3.
Poche idee e ben confuse
La conclusione della trilogia originale di Mass Effect datata 2012 può essere senz’altro interpretata come uno spartiacque fatale tra la fine dell’età dell’oro e l’inizio di una crisi senza sbocco. Nello stesso anno, i fondatori dell’azienda Ray Muzyka, Greg Zeschuk avrebbero infatti lasciato l’industria videoludica, seguiti a breve distanza da altre figure di primo piano. Favorita, secondo molti, da ingerenze produttive esercitate da Electronic Arts in seguito all’acquisizione del brand risalente al 2007, la dipartita del nucleo creativo dell’azienda avrebbe comportato lo smarrimento di una visione progettuale ben definita: a complicare le cose sarebbero dunque subentrate figure incapaci di preservarne lo spessore. Il primo, sonoro campanello d’allarme sarebbe giunto nel 2017 con Mass Effect: Andromeda: il titolo che avrebbe dovuto inaugurare una nuova stagione per la saga fantascientifica, si risolse infatti in uno scialbo revival segnato da tali difetti concettuali e tecnici da compromettere il rapporto di fiducia col pubblico.
Piuttosto che porre pronto rimedio, il successivo lancio di Anthem, nel 2019, non fece che acuire il sospetto che BioWare avesse ormai smarrito il tocco magico. Nel tentativo di inseguire il mercato dei Live Service, l’azienda si avventurò del resto in un territorio lontano dalla propria tradizione, finendo col deludere i fan di lunga data e lasciare indifferenti tutti gli appassionati di genere che avevano ben altri titoli a cui dedicarsi. La chiusura di un progetto che aveva prosciugato gran parte delle riserve economiche a disposizione, trasformò pertanto Dragon Age: The Veilguard nell’ultima possibilità di riscatto… E il rispettivo fallimento in una ideale condanna a morte.
La questione Veilguard
Per molti versi è proprio nella sorte toccata a The Veilguard che la vicenda assume la sua dimensione più amara. A mio parere, il dibattito sul gioco e le stroncature che ne seguirono furono, in effetti, contaminate da eccessivi pregiudizi ideologici. Se una parte del pubblico preferì ad esempio respingerlo per ragioni estranee alla sua effettiva qualità, altri si accodarono a quella sorta di boicottaggio senza avergli nemmeno concesso il beneficio di una prova.
Forse un eventuale successo di The Veilguard non avrebbe salvato BioWare: i problemi dello studio erano probabilmente troppo profondi perché una singola hit potesse risolverli. Resta tuttavia il rimpianto per un progetto di statura significativa bocciato da troppi per sentito dire, lasciando che la battaglia ideologica prevalesse sull’opera stessa… E questa è una responsabilità che molte vedove dell’ultim’ora dovrebbero assumersi.
Al di là di ciò, subentra una valutazione molto più severa che va legandosi agli isterici disequilibri dell’industria videoludica contemporanea: una roulette d’azzardo che può ribaltare le sorti di un’intera compagnia non appena i risultati commerciali ottenuti non rientrino nelle proiezioni, a prescindere dal contributo che essa possa aver dato alla maturazione del medium. In un mondo in cui i successi svaniscono e gli errori si accumulano, non c’è spazio per storia o tradizione e dopo tre flop multimilionari in 15 anni di attività chiedere clemenza è oggettivamente impossibile.
E adesso?
Se una buona porzione dei dipendenti BioWare verrà presumibilmente ricollocata in altri studi satellite, resta da capire che cosa accadrà a Mass Effect e Dragon Age. In questo senso, c’è spazio per un largo ventaglio di sviluppi. L’opzione che gode di maggior credibilità e che EA affidi questi marchi ad altre aziende partner mentre l’idea che intorno ai brand possa nascere una sorta di asta atta a coinvolgere major rivali come Bethesda o Ubisoft sembra meno percorribile. Sebbene la chiusura dello studio non comporterà necessariamente la scomparsa delle sue proprietà intellettuali, niente potrà restituirci ciò che BioWare ci ha regalato per tre quarti della sua esistenza.
A ben vedere, tutt’oggi non esistono al momento molte aziende in grado di conferire alle proprie produzioni la medesima profondità narrativa e la contingente ricchezza di opportunità assicurataci da capolavori come Star Wars: Knights of the Old Republic, Dragon Age: Inquisition e Mass Effect 2. Nella speranza che qualcuno raccoglierà l’eredità del brand con il nobile intento di rinverdirne i fasti originali non possiamo dunque che prendere atto della mesta fine di un altro capitolo cruciale nella storia moderna dei videogame.




