Alone in the Dark: gli orrori di Derceto sono tornati, ma non come pensate. Recensione – PS5

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Le ultime iterazioni di Alone In The Dark non hanno certo brillato per il loro successo. In molti erano ormai convinti che il franchise fosse ormai morto e sepolto. Quando però nell’agosto del 2022 annunciarono che sarebbe stato realizzato un reboot che sarebbe andato a reimmaginare le atmosfere e la storia del primo capitolo del 1992, personalmente ebbi una reazione di gioia incontrollabile.

Un brand famoso – ma morente – rivitalizzato dopo anni

L’idea di poter rivivere con grafica e gameplay moderni un grande classico che ha definito il canone dei videogiochi horror degli anni ’90 e da cui lo stesso Shinji Mikami ha preso ispirazione per creare il suo Resident Evil era semplicemente elettrizzante. Che fosse forse l’occasione giusta per ridare lustro ad una saga ingiustamente bistrattata?

Dopo numerosi rinvii, prima per non uscire in contemporanea con altre produzioni più altisonanti, poi per evitare al team un periodo di crunch sotto le festività natalizie, l’ultima fatica di Pieces Interactive è giunta a noi. Villa Derceto è ancora quel luogo di orrori che fece tanto spaventare i giocatori un po’ più anzianotti? Ma soprattutto, il reimagining a cura di questo piccolo team svedese è valido e riesce nel compito di riportare in auge un brand agonizzante?

Direi che è tempo di spalancare le porta d’entrata del maniero e di inoltrarci insieme nell’oscurità per scoprirlo.

Elementi classici, storia nuova, atmosfere reimmaginate – La trama rivista di Alone in The Dark e il feel dell’ambientazione

Anni ’20 del Novecento. Il gioco si apre con i due protagonisti della vicenda, il detective Edward Carnby e la giovane Emily Hartwood, a bordo di un auto diretta a Villa Derceto, ora non più una dimora abbandonata come nell’originale, bensì una casa di cura per artisti afflitti da nevrosi e traumi psicologici.

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Il loro obiettivo una volta giunti sul posto è quello di ritrovare Jeremy Hartwood, pittore e zio della ragazza, il quale prima di sparire le ha mandato una lettera in cui afferma che nella magione accadono strani eventi e che un uomo nero lo perseguita tenendolo costantemente d’occhio. I due quindi si addentrano nel folle mondo racchiuso tra le pareti della residenza malefica, in cui nulla è in realtà come appare.

Chi conosce il titolo del 1992 noterà da subito delle grosse differenze: Jeremy Hartwood qui è ancora vivo, non si è impiccato come nell’originale. Villa Derceto non è un luogo lasciato a sé stesso, ma popolato da numerose personalità, a partire da una bambina inquietante che prende il nome di Grace Saunders – omaggio tra l’altro ad un personaggio del secondo Alone In The Dark – fino ad arrivare all’enigmatico quanto sornione dottor Grey che si occupa di tenere in bilancio la salute mentale dei pazienti che si aggirano per i corridoi.

La sceneggiatura scritta da Frederik Herdberg, (Amnesia: The Dark Descent, Soma) ripesca gli elementi più importanti dal materiale di origine e li rimescola e riscrive dando vita ad un canovaccio completamente nuovo, ma che purtroppo, al di là delle intriganti premesse iniziali, risulta poco convincente, abbastanza banale e piuttosto nebuloso.

L’unione infatti tra l’esoterico e il thriller psicologico è mal gestita, con scene dalla regia confusa e che si alternano tra di loro con stacchi bruschi e poco eleganti.

Il cast prestigioso non basta

Nemmeno la presenza di due attori del calibro di David Harbour (Stranger Things) e Jodie Comer (Free Guy), di cui sono state solamente catturate le espressioni facciali e non i movimenti del corpo – probabilmente a causa del basso budget a disposizione – riesce a risollevare una storia priva di mordente che sa di già visto e che viene raccontata in maniera piuttosto scialba.

Gli stessi altri comprimari che faranno la loro comparsa nel corso dell’avventura si limiteranno a ricoprire il ruolo di semplici macchiette, la cui backstory verrà appena abbozzata e per i quali sarà difficile provare un reale interesse. Insufficiente lo screen time loro concesso. Le personalità stereotipate da cui sono caratterizzati non aiutano.

A peggiorare ulteriormente la situazione ci pensa poi l’atmosfera generale. La maggior parte degli ambienti che esplorerete sono infatti piuttosto luminosi e non incutono timore. Sono ben lontani i fasti visti in Alone in The Dark The Nightmare del 2001, che ad oggi rimane il miglior esponente della saga per quanto riguarda l’inquietudine generata. Neanche il simil otheworld alla Silent Hill fatto di piante rampicanti mista a muffa che si impadronirà saltuariamente delle stanze di Villa Derceto riesce a cambiare una situazione che di per sé è già abbastanza disastrosa.

Sebbene non sia invecchiato nel migliore dei modi, il capostipite del ’92 riesce ad instillare molta più ansia nel giocatore, con i suoi pavimenti scricchiolanti, le tracce musicali creepy e le aberranti creature realizzate in un grezzo e primitivo 3D che spuntavano all’improvviso.

Mostri e creature poco variegate e ispirate

Purtroppo nemmeno i mostri risultano interessanti in questo reimagining nonostante il loro design sia stato curato da Guy Davis, figura che ha collaborato col regista Guillermo del Toro in pellicole come “La forma dell’acqua” e “Crimson Peak”. La varietà è poca, le creature con cui vi troverete a scontrarvi avranno l’aspetto di masse informi di carne umanoide o di esseri bipedi formati da un intreccio di rampicanti, che hanno sì un senso nella lore, ma che non trasudano personalità in nessun modo.

Ma almeno è il gioco è divertente da giocare e soprattutto, presenta delle meccaniche interessanti?

Due personaggi, tanti enigmi, poche armi – Un gameplay basilare e poco originale

Come accadeva negli anni ’90, all’inizio della vostra run potrete scegliere se vestire i panni del coraggioso Edward Carnby o se impersonare la determinata Emily Hartwood. Per potere assistere integralmente a ciò che la trama ha da offrire e per recuperare tutti i Lagniappe (termine arcaico originatosi in Sud America in Louisiana che significa “piccoli doni”) ossia gli oggetti collezionabili, dovrete necessariamente giocare con entrambi i protagonisti dato che non tutto sarà rintracciabile in una singola run.

Completando i vari set, composti ciascuno da tre ammenicoli specifici, sbloccherete info di storia aggiuntive, un’arma e addirittura dei finali aggiuntivi che saranno ottenibili a partire dalle partite successive.

Così esposta la struttura del gioco sembra essere interessante e in linea con quella di altri survival horror, ma di fondo vi è un grave problema legato alla gestione delle rispettive linee narrative dei due personaggi principali. A differenza di Alone in The Dark: The New Nightmare in cui le vicende di Alice Cedràc e di Edward Carnby si intersecavano dando vita a due punti di vista incastonati perfettamente tra di loro, nel reimagining la situazione è differente. Il detective e la nipote di Jeremy sono infatti due figure perfettamente sovrapponibili e gli eventi che andrete a vivere con uno saranno per la maggior parte gli stessi che andrete a sperimentare con l’altro, così come saranno sostanzialmente identici gli enigmi e le situazioni affrontate.

Le uniche variazioni saranno date dalle cutscene e dai personaggi differenti con interagiranno, ma di base le sezioni giocabili saranno tra di loro speculari fino ad un certo momento che però si trova si situato verso le fasi conclusive. Fasi conclusive che, inoltre, giungono abbastanza in fretta. Per portare a termine una run saranno sufficienti sette ore scarse. Completare tutto al 100% richiederà – indicativamente – una 15ina di ore.

Il livello di sfida, comunque, sembra tarato verso il basso. Anche selezionando la difficoltà più alta sarà difficile restare a corto di munizioni o di fiaschette di whiskey (hanno la funzione di medikit). Per gli enigmi è attivabile un sistema di aiuti e che si traduce in consigli che compariranno a schermo; nei documenti vengono evidenziate le frasi chiave, in modo da non far perdere tempo a chi preferisce l’azione e voglia godersi la narrazione.

Incartarsi sui puzzle è una ipotesi remota. Gli enigmi risultano semplici da risolvere piuttosto simili tra di loro nelle meccaniche. Vi troverete principalmente a ricomporre delle immagini spostandone i vari tasselli o a dover trovare codici numerici: necessari per aprire casseforti oppure per attivare il talismano che vi condurrà nel mondo dei ricordi di Jeremy Hartwood. Immancabile poi la classica ricerca di chiavi e oggetti per proseguire negli scenari, cardine principale del gameplay delle produzioni di questo genere, che vi costringerà ad esaminare le ambientazioni in lungo e in largo.

A spezzare il ritmo dell’esplorazione ci penseranno però le varie creature che incontrerete nel mondo onirico e quando “l’altra dimensione” invaderà Villa Derceto, che quasi sempre presenterà una zona sicura in cui potrete aggirarvi indisturbati. E qui giunge un altra delle tanti note dolenti di questo nuovo Alone in The Dark: il sistema di shooting è legnosissimo, così come l’utilizzo delle armi bianche che vi verranno fornite, le quali dopo un tot di utilizzi di romperanno.

Se anche possediate una buona mira, le hitbox non sono precisissime e capiterà che i vostri colpi non vadano sempre a segno, facendo sì che il nemico avanzi e vi colpisca impunito. Armi come tubi di ferro, pale e picconi sono altrettanto scomodi da usare e decisamente imprecisi. Stendiamo un velo pietoso sulle loro animazioni grossolane, talmente mal fatte che sembrano provenire direttamente da un gioco di prima epoca Playstation 2.

Per distrarre o rallentare i mostri saranno poi presenti mattoni, bottiglie o molotov che potrete raccogliere e lanciare nelle vicinanze o loro addosso. Vista la scarsa intelligenza artificiale di cui sono dotati i mostri, un approccio più aggressivo è caldamente consigliato, in modo da poter procedere con più rapidità. Vi saranno poi dei momenti in cui verrete attaccati da orde di aberrazioni e in cui, a causa dei controlli poco reattivi e delle schivate mal realizzate, vi troverete inevitabilmente di fronte alla schermata di Game Over, senza che sia effettivamente colpa vostra. Potrà anche capitarvi di perdere la partita a causa dei lunghi tempi di ricarica delle armi da fuoco, stressanti soprattutto nei momenti in cui siete inseguiti e dovete darvi una mossa a sparare.

Deludente poi la scarsità di bocche da fuoco: parliamo solamente di una pistola, un fucile e una mitragliatrice. Queste, comunque, non saranno upgradabili. Una mancanza che sottrae al titolo quel pizzico di tatticismo e strategia in più presente ormai in numerose opere di genere horror.

Strategia che, a proposito, manca anche nelle pochissime e raffazzonate boss fight presenti nel gioco. Su queste mi limiterò a dire che rappresentano un perfetto manuale di game design su come NON realizzarle. Se avrete lo stomaco abbastanza forte per cimentarvi in questa impresa capirete in prima persona.

In tutto questo però non abbiamo ancora parlato della parte più spaventosa di Alone in The Dark del 2024, ossia il suo lato tecnico.

Comparto tecnico rivedibile e sotto la media

Una premessa doverosa: la versione qui recensita è quella PS5 ed è stata giocata prima del rilascio della corposa patch day one di oltre 5GB. Una patch che a detta degli sviluppatori andrà a migliorare parecchi aspetti, risolvendo i vari crash e la stabilità del framerate. Con tale correttivo a disposizione, la valutazione generale potrebbe salire di 0,5 o anche un intero punto.

Detto ciò, bisogna ammettere che l’esperienza generale con la versione da noi analizzata è stata da dimenticare. Pieces Interactive non sembra avere sfruttato al meglio Unreal Engine 4.

Più volte – per esempio – è capitato che il personaggio si incastrasse nello scenario e che questo mi obbligasse a riavviare la partita dall’ultimo salvataggio, perché non vi era alcun modo di districarlo dagli ostacoli invisibili e proseguire.

Non sono poi mancati sporadici bug audio in cui casualmente il sonoro scompariva, lasciandomi nel silenzio totale o che tracce musicali andassero a singhiozzo o si alzassero di volume raggiungendo livelli esagerati e costringendomi così a gettare via le cuffie per non rimanere assordato. In questi casi, per risolvere il problema non è stato sufficiente caricare un altro salvataggio, ma ho dovuto chiudere direttamente il gioco e riavviarlo daccapo e perdendo qualche progresso prezioso, nonostante la comoda funzione di autosalvataggio.

Oltre a questi spiacevoli inconvenienti, molte altre cose risultano di livello inferiore a quello sperato, specie per un nome così importante: le animazioni facciali dei personaggi sono statiche ed inespressive, così come i loro movimenti meccanici paiono indietro di un paio di generazioni. Veramente brutti da vedere poi l’effetto del fuoco che brucia e il sangue che fuoriesce dai nemici, che sembra quasi una texture 2D sospesa a mezz’aria. Scarsissima anche i l’interazione con l’ambiente: se proverete a sparare ad una lampada o a qualche elemento presente nello scenario non vedrete alcun tipo di effetto, frantumando così l’immersività o il realismo che si potrebbero desiderare.

Nota molto positiva invece per la colonna sonora composta da Jason Kohnen, costituita principalmente da tracce jazz anni ’20 molto evocative e ben inserite nel contesto. Apprezzati anche certi ammiccamenti che le sonorità di alcune musiche fanno ai lavori di Angelo Badalmenti e che tanto mi hanno riportato nel mood di Twin Peaks. Solo a livello uditivo però, perché per il resto siamo ben lontani dai mondi visionari di Lynch. Purtroppo.

In conclusione. Alone in the Dark: il rituale di resurrezione è andato male

Dopo questa lunga disamina, la conclusione non può che essere una soltanto: il nuovo Alone in The Dark non convince quasi sotto nessun aspetto.

Gli ambienti quasi sempre luminosi, in totale contrasto con il titolo stesso della produzione, la trama banale e scontata, unita ad un gameplay farraginoso e poco approfondito sono elementi sufficienti a far desistere dall’acquisto di un titolo che costa la bellezza di sessanta euro e che offre gran poco spavento, se non per i suoi gravi problemi tecnici che mi auguro che l’aggiornamento possa correggere.

Certo, Pieces Interactive è un team composto da circa quaranta persone che probabilmente si è trovato tra le mani un progetto troppo grande per le sue capacità, ma non basta come giustificazione.

Come non basta spendere budget prezioso per avere David Harbour per convincere i fan di Jim Hopper e di Stranger Things a comprare un gioco minato da gravi problemi. Come non basta cercare di giocare sulla nostalgia per attirare i fan di vecchia data, se il tutto cade sostanzialmente a pezzi. E come non basta utilizzare il nome di un brand famoso quando in realtà invece di essere da soli nel buio ci ritroviamo abbagliati dalla luce. Non da una luce positiva, bensì da una luce accecante e fastidiosa.

Volevamo solo essere da soli nel buio,di nuovo, almeno per una volta. Ma così non è stato.

E forse non sarà mai più.

RASSEGNA PANORAMICA
Voto
5.5
alone-in-the-dark-gli-orrori-di-derceto-sono-tornati-ma-non-come-pensate-recensione-ps5Operazione non riuscitissima quella intentata da THQ Nordic. Gli sforzi di Pieces Interactive, il piccolo team svedese incaricato di realizzare questo reboot, vengono frustrati da un comparto tecnico non all'altezza della media odierna e dallo stravolgimento di alcuni elementi cardine che fecero del titolo del '92 un punto fondamentale del panorama survival horror.