Twin Mirror – Recensione (PS4): Stavolta Dontnod delude le aspettative

Quello di Dontnod è sicuramente uno degli studi più prolifici dell’ultimo decennio. Consacrato definitivamente con l’originale Life is Strange, però, ha fatto fatica a insinuarsi nuovamente nei cuori degli appassionati come accadde all’epoca della storia di Max e Chloe.

Tra seguiti, spin-off e progetti paralleli non sempre riuscitissimi, è ormai qualche tempo che Dontnod cerca nuova fortuna nel campo delle avventure grafiche; se Vampyr è stata una gradita digressione sul tema, Tell Me Why dimostra invece come quello del film interattivo sia, per il team di sviluppo, la vera e definitiva strada da percorrere.

Sotto questo aspetto, l’ultimissimo Twin Mirror non fa eccezione. Titolo e premessa non possono far altro che far tornare alla mente serie TV di lynchiana memoria: dopotutto, parliamo di un personaggio “strano” che indaga su un omicidio “strano” in una cittadina “strana” popolata da personaggi altrettanto “strani”.

Impossibile che le avventure di Dale Cooper e della povera Laura Palmer non tornino immediatamente nell’immaginario di tutti; lo stesso Twin Peaks, del resto, ha ispirato non solo svariate generazioni di serie TV, ma anche famosissimi videogiochi. Deadly Premonition è solo il primo che ci vien voglia di citare.

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Twin Mirror 1

Twin Mirror, però, ha avuto obiettivamente uno sviluppo difficile. Il suo iter l’ha visto prima annunciato, poi contestato durante le prove con mano, poi rimandato di svariati mesi e solo infine declassato a gioco unico, nonostante la premessa episodica.

Ora che abbiamo potuto provarlo nella sua interezza, purtroppo, ne abbiamo la triste conferma: il titolo investigativo di Dontnod mostra ancora la forza di un team che fa dell’identità e del setting i suoi principali cavalli di battaglia, ma inciampa a più riprese proprio negli ambiti in cui più avrebbe dovuto brillare.

Le due anime di Twin Mirror, quella di gioco investigativo (lato gameplay) e di storia interattiva (lato trama) si sposano perfettamente solo sulla carta. Nella pratica, invece, siamo davanti a un progetto sfregiato da tanta ingenuità, da trovate totalmente fuori dal tempo e da una direzione senza alcun focus e poco interessante.

La vicenda segue le vicissitudini di Samuel Higgs, giornalista reietto, costretto a tornare nella sua vecchia città per piangere la morte di un caro amico. Neanche a dirlo, ci vorrà davvero poco perché Higgs inizi a nutrire dubbi sulla vicenda, ai suoi occhi tutt’altro che un incidente. Un cuore poliziesco va presto a unirsi ai sottotesti amorosi di una ex-coppia con qualche segreto di troppo e a un’indagine che in qualche modo ci farà fare conoscenza con tutti gli assurdi abitanti della cittadina rurale.

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Il West Virginia è un’ambientazione suggestiva, fatta di foreste incontaminate e piccole realtà non ancora macchiate dall’ombra del consumismo e della modernità. Se la premessa, seppur classica, poteva comunque accompagnarci in un bel thriller da vivere in prima persona, la messa in pratica fa acqua da tutte le parti. Difficile elencare tutto ciò che Twin Mirror sbaglia senza finire in spoiler; diciamo, però, che possiamo racchiudere le sue principali problematiche in alcuni insiemi più grandi.

In primis, il fatto che questa dovesse essere una storia più lunga, poi ristretta in un unico mini-episodio, è palese. I ritmi sono assurdi, e si passa di continuo da una lentezza esasperante a colpi di scena così rapidi da non poter essere metabolizzati. Personaggi importantissimi appaiono troppo poco, altri inutili sono invece capaci di mangiare metà dello screen time; più in generale, la sensazione che molti punti focali della vicenda siano stati tagliati fuori è fortissima.

In alcuni momenti ci si ritrova di fronte a cambi di tematiche quasi schizofrenici: in pochi minuti si passa dal disturbo di personalità al giallo più puro alla critica sociale senza che niente di tutto questo abbia un solo filo conduttore. E per un team come quello di Dontnod, dove tematiche di interazioni sociali e di quanto sia difficile vivere in una società incapace di accettare il diverso hanno sempre vissuto un ruolo centrale, è doppiamente assurdo pensare che questa fosse l’effettiva intenzione.

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Nonostante la trama duri incredibilmente poco (circa cinque ore, andando con calma) fa davvero storcere il naso notare come buona parte di questa sia un riempitivo atto ad allungare il brodo. Twin Mirror ha davvero poco da raccontare e, per quanto incredibile possa sembrare, la sua intera indagine può essere riassunta in una sola frase.

I buchi narrativi sono all’ordine del giorno, le scelte morali non cambiano quasi nulla se non il finale e il caso in sé soffre di una mancanza di inventiva che, nel 2020, è difficilmente scusabile. La storia fallisce quindi sia nel veicolare un messaggio, sia nell’intrattenere con un bel caso da risolvere, sia nel farci affezionare a qualsivoglia personaggio. Sono sbagliati i ritmi ed è sbagliata proprio la vicenda alla base. La ricerca della risposta è noiosa, e la risposta stessa banale proprio come ve la aspettereste.

Ed è davvero un peccato, perché qualche scintilla di qualità c’è, qui e lì. Un paio di dialoghi sono interessanti, la recitazione digitale è di gran lunga superiore a quella media di Dontnod, e i vari scorci riescono a creare un contesto credibile, ma comunque fuori dal tempo. La seconda personalità del protagonista, “Lui”, convince: i dialoghi interiori con questa sorta di grillo parlante rubano completamente la scena e una certa resa dei conti nei pressi del finale è capace anche di riscaldare un po’ il cuore. Ma è troppo poco e troppo tardi, perché possa effettivamente smuovere qualcosa.

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Lato gameplay, poco da riferire. Sulla falsariga di Life is Strange, ogni ludicità è una semplice scusante per mandare avanti la trama. Ancora una volta, parliamo di un semplice walking simulator dove l’interazione da parte del giocatore è ridotta ai minimi termini. Non che sia un problema di per sé ma, come dicevamo, queste sono strutture che premiano solo quando in funzione di uno sceneggiato solido. In caso contrario, inesorabilmente, crolla anche l’intero castello di carte.

Il Palazzo Mentale, il tanto pubblicizzato luogo in cui si rifugia il protagonista per ragionare sulla propria vita o sul caso, è semplicemente un altro pretesto narrativo. Ed è forse questa la delusione più grande. Con una vicenda del genere, si poteva e si doveva provare a offrire un qualche tipo di reale interazione investigativa. Dopotutto, altri giochi dello stesso genere l’hanno fatto: basti pensare a Heavy Rain o Detroit: Become Human.

Alcuni timidi tentativi lasciano trasparire l’intenzione, seppur minima, di voler effettivamente spingere il giocatore a usare la materia grigia ma, ancora, troppo poco e troppo tardi. Le scene del crimine effettive sono solo due, ed entrambe guidatissime e impossibili da fallire. Non aiuta il fatto che, narrativamente parlando, entrambe si basino su misteri così elementari da non poter neanche essere considerati tali.

Ancora, è facilissimo trovare esempi di migliori gameplay investigativi praticamente ovunque, senza neanche scomodare i nomi più famosi. Mettendo da parte Quantic Dream o L.A. Noire, anche già solo nell’ambiente a medio e basso budget si trova di molto meglio. Return of the Obra Dinn è ancora oggi il punto di riferimento, ma anche i recenti titoli su Sherlock Holmes gli danno più di una pista. Persino la mediocre trasposizione videoludica di Poirot e dell’Assassino dell’Alfabeto (Agatha Christie: The ABC Murders) riesce a centrare il punto più spesso di quanto faccia Twin Mirror.

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Alla fine della fiera, qualunque sia la motivazione di questo scivolone, è indubbio come Twin Mirror sia il prodotto meno riuscito su cui Dontnod abbia mai lavorato. Nonostante gli alti e bassi della loro recente carriera, questo – e lo diciamo a malincuore – è un progetto strano, sicuramente mal gestito, incapace di far risplendere un paio di punti alti perché soverchiati da un’anima incoerente e ingenuamente semplicistica.

I ritmi, a volte eccessivamente dilatati, altre volte assurdamente frenetici, distruggono ogni possibilità che il giocatore possa connettersi emotivamente o mentalmente alla vicenda. Tutti quei personaggi ben tratteggiati ma che spariscono nel giro della prima mezz’ora di racconto, invece, urlano cut content a più riprese.

Un paio di intelligenti similitudini con alcuni videogiochi del passato (Pac-Man su tutti) sono quantomeno carine, e i botta e risposta tra le due personalità di Sam quasi riescono a distogliere l’attenzione dalla piattezza del resto. Ma un gameplay ridotto all’osso, quasi offensivo, e una vicenda tranquillamente annoverabile tra i peggiori gialli di sempre, lasciano davvero poco spazio ad altri commenti positivi.

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Ora come ora, Twin Mirror è un gioco difficile da consigliare, qualunque siano i vostri gusti. Che siate amanti dei polizieschi, delle storie emozionali, dei gameplay investigativi o più semplicemente delle classiche avventure grafiche di Dontnod, qui non troverete nulla di tutto questo.

Una grandissima occasione mancata, insomma, per tirare fuori quello che poteva benissimo essere “il Twin Peaks dei videogiochi”. Un’amara delusione che lascia solo un senso di vuoto, e la sensazione che gli sviluppatori non volessero davvero puntare a questo.

Ma basta già solo guardare qualcuno dei vecchi trailer per rendersene conto: Twin Mirror, come gioco, si è trasformato velocemente in qualcos’altro. Non in senso positivo, purtroppo.