Home Editoriale NVIDIA DLSS 5: l’Autotune dei videogame?

NVIDIA DLSS 5: l’Autotune dei videogame?

NVIDIA DLSS 5 Autotune dei videogame

Per molti anni abbiamo dato per scontato che il progresso tecnologico nei videogiochi coincidesse col miglioramento della resa grafica senza preoccuparci troppo di eventuali ricadute sul piano prettamente artistico. L’avvento di NVIDIA DLSS 5 sembra aver però innescato una dinamica tale da ribaltare quest’assunto e configurare il rischio che le tecnologie di upscaling intelligente possano alterare l’identità stilistica dei titoli cui vengano applicate fino a snaturarli. Di fronte a migliorie che, in più di un caso, lasciano a bocca aperta risulta oggettivamente difficile conferire a questa opportunità accezioni negative. Ciò nonostante è doveroso interrogarsi sulla legittimità di questo processo, perché è palese che non ci troviamo di fronte a una semplice routine di ottimizzazione della prestazione tecnica, bensì al cospetto di uno strumento in grado di rimodellare l’intera estetica di un progetto. Laddove il suo intervento non implicasse questa accezione potremmo magari liquidare la faccenda con una scrollata di spalle: nel momento in cui la procedura si sviluppa sulla base di parametri che rispondono a un ideale di realismo standardizzato è, tuttavia, impossibile ignorare la forzatura. In questo senso, il parallelo col famigerato Autotune musicale smette di essere una semplice suggestione e assume contorni piuttosto concreti. Allo stesso modo in cui quest’ultimo ha ridefinito la performance vocale eliminando ogni imperfezione in favore di un’intonazione sì impeccabile, ma artificiale la DLSS 5 tende infatti ad appiattire l’essenza artistica dell’immagine, rimpiazzando l’estro umano con un fotorealismo sintetico.

Il caso più emblematico è rappresentato senza subbio da Resident Evil Requiem. Se filtrata attraverso l’occhio manipolatore della DLSS 5, l’impronta di un character design storicamente ancorato a tratti somatici netti, simmetrici e affilati, vede infatti la propria intenzione stilistica piegarsi alle leggi di un’invasiva opera di normalizzazione. Per ogni micro-dettaglio aggiunto, ogni proporzione viene ad esempio alterata; per ogni spigolo arrotondato, la natura iperbolica dei volti ne esce impoverita e, a lungo andare, l’intrinseca visione dell’artista non può che uscirne mortificata. In tal senso, l’esito del processo assume i connotati di un paradosso in cui un’opera si ritrova a perdere in identità tutto ciò che avrebbe guadagnato in realismo. A rendere il quadro ancora più complesso interviene, nel mentre, un fattore percettivo tutt’altro che secondario. Nel momento in cui l’occhio degli utenti dovesse abituarsi a questi canoni, tutto ciò che si discosti da essi finirebbe per apparire inferiore, anche e sopratutto quando fosse frutto di una scelta grafica consapevole. Ne deriva il sospetto che questo corto circuito concettuale possa favorire una progressiva marginalizzazione dell’estetica volta a sacrificare la creatività in nome di una sterile uniformità. Al punto in cui siamo, la questione non può pertanto essere liquidata come una semplice evoluzione tecnologica. Prima che i buoi abbandonino il recinto occorrerebbe probabilmente piantare dei paletti ideologici e stabilire che il controllo dell’immagine videoludica non possa essere affidato a un sistema automatizzato… Perché se l’ultimo passaggio della pipeline visiva dipendesse da un algoritmo in grado di reinterpretare l’opera secondo criteri propri, gli autori perderebbero de facto il controllo delle proprie creazioni.

Prima che a qualcuno salti in mente di bollare questa riflessione come passatista o retrograda, vale la pena di specificare che non ci troviamo di fronte a un fenomeno dalle connotazioni esclusivamente negative. In contesti che fanno del realismo il proprio obiettivo dichiarato, una device del genere rappresenta un alleato prezioso. Si pensi ad esempio alle simulazioni sportive, alle produzioni a sfondo automobilistiche o a tutte quelle esperienze che ambiscono a restituire una replica credibile del mondo reale. In questo caso l’intervento del DLSS 5 non si sovrappone alla visione autoriale, ma ne amplifica anzi l’efficacia. A ragion di ciò, si può concludere che il problema emerga nel momento in cui questa logica viene estesa indiscriminatamente, fagocitando proposte che trovano la propria ragion d’essere proprio nella distanza dal reale.

Da questa prospettiva, la sfida che ci si para innanzi non è certo quella di imbrigliare il progresso, ma piuttosto di imparare a governarlo. E il successo di questa manovra passa inesorabilmente da un gentlemen’s agreement che lasci agli sviluppatori l’opportunità di scegliere se questa feature possa o non possa essere applicata ai rispettivi prodotti. Comprendiamo perfettamente che una normativa di questo tipo possa risultare coercitiva agli occhi del pubblico, eppure si tratterebbe dell’unica soluzione in grado di impedire a questa risorsa straordinaria di trasformarsi in un vincolo creativo.

Del resto, se l’Autotune ci ha insegnato qualcosa, è che nel momento in cui la perfezione diventa standard, il talento diventa superfluo, l’eccellenza svanisce e l’arte stessa viene ridotta a volgare meccanica.

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