Home News PlayStation, tempismo clamoroso: mentre parte la protesta Sony ricorda che i giochi...

PlayStation, tempismo clamoroso: mentre parte la protesta Sony ricorda che i giochi digitali non sono davvero nostri

PlayStation 5 affiancata a custodie Blu-ray in frantumi e a una libreria digitale di videogiochi, simbolo del passaggio al mercato digitale.

Mentre una parte della community PlayStation protesta contro il futuro sempre più digitale delineato da Sony, arriva una comunicazione destinata inevitabilmente a far discutere. Diversi utenti PlayStation hanno infatti ricevuto una mail contenente i termini che regolano l’utilizzo dei servizi e dei contenuti digitali della piattaforma, riportando nuovamente l’attenzione su una questione particolarmente delicata: quando acquistiamo un videogioco digitale, ciò che otteniamo è sostanzialmente una licenza per utilizzarlo secondo determinate condizioni.

Fin qui niente di rivoluzionario dal punto di vista contrattuale. È però il momento nel quale la comunicazione sta raggiungendo gli utenti a rendere la vicenda decisamente più interessante.

Sony parla di licenze proprio mentre parte PS Blackout

In queste ore ha infatti preso il via PS Blackout, iniziativa organizzata da una parte della community in risposta alla strategia annunciata da Sony per il mercato fisico PlayStation.

La protesta invita i partecipanti a spegnere PS5 e a non utilizzare i servizi PlayStation per una settimana, dal 23 al 30 agosto, con l’obiettivo di manifestare il proprio dissenso nei confronti della progressiva transizione verso la distribuzione digitale.

Ed è proprio in questo contesto che alcuni utenti si sono ritrovati nella propria casella di posta una comunicazione PlayStation relativa ai termini del servizio.

Il risultato è un cortocircuito comunicativo quasi perfetto: mentre alcuni giocatori protestano proprio per difendere il supporto fisico e il concetto di possesso del videogioco, PlayStation ricorda le condizioni che disciplinano l’accesso ai prodotti digitali.

Comprare digitale non significa possedere una copia come un disco

La questione, naturalmente, non riguarda esclusivamente Sony.

Il mercato digitale dei videogiochi funziona ormai da anni attraverso licenze d’utilizzo associate agli account, secondo termini e condizioni stabiliti dalle rispettive piattaforme. Acquistare un titolo sul PlayStation Store non equivale quindi, in senso strettamente contrattuale, ad acquistare e possedere un oggetto fisico indipendente dal servizio attraverso il quale viene distribuito.

È proprio questo uno dei punti maggiormente contestati dai sostenitori del formato fisico.

Un disco può essere conservato, prestato, rivenduto e collezionato. Una libreria digitale rimane invece inevitabilmente legata all’account, alla piattaforma e alle condizioni previste dal relativo servizio.

Ed è per questo che la discussione va ben oltre il semplice fascino delle confezioni sugli scaffali.

Una coincidenza che non dimostra una risposta alla protesta

C’è però una precisazione fondamentale.

Non esistono elementi che dimostrino che Sony abbia inviato queste comunicazioni come risposta diretta a PS Blackout. Collegare intenzionalmente le due cose significherebbe attribuire all’azienda una strategia che, al momento, non è stata confermata.

Il dato interessante resta quindi soprattutto il tempismo.

Da una parte troviamo una community che discute del valore della proprietà, della conservazione dei videogiochi e del futuro del formato fisico; dall’altra una comunicazione che riporta sotto gli occhi degli utenti proprio la natura contrattuale dell’accesso ai prodotti digitali.

Una combinazione che difficilmente poteva arrivare in un momento più delicato.

Il futuro PlayStation riaccende lo scontro tra fisico e digitale

La questione mette ancora una volta in evidenza quanto il passaggio al digitale non rappresenti semplicemente un cambiamento nel modo in cui acquistiamo un videogioco.

Per una parte del pubblico significa comodità, accesso immediato e una libreria disponibile senza cambiare disco. Per altri significa invece rinunciare progressivamente a controllo, mercato dell’usato e conservazione fisica delle proprie copie.

PS Blackout nasce esattamente all’interno di questo scontro.

E mentre resta da capire quale partecipazione riuscirà effettivamente a ottenere la protesta, il promemoria arrivato nelle caselle email di alcuni giocatori ha involontariamente riportato al centro della discussione proprio una delle domande più importanti dell’era digitale:

quando compriamo un videogioco, quanto di ciò che abbiamo pagato possiamo davvero considerare nostro?

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here