
Ci sono collection che servono semplicemente a riportare vecchi giochi sulle piattaforme moderne e poi ci sono quelle che, per un motivo o per l’altro, hanno anche un’importanza storica. Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 appartiene decisamente alla seconda categoria. Il motivo principale ha un nome preciso: Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots.
Per diciotto anni, il quarto capitolo della saga è rimasto legato alla PlayStation 3, diventando probabilmente uno dei giochi più importanti mai rimasti confinati a una singola piattaforma. Oggi, finalmente, è possibile giocarlo su hardware moderno insieme a Metal Gear Solid: Peace Walker e alla sorpresa rappresentata da Metal Gear: Ghost Babel.
Rispetto al primo volume, la quantità di giochi è inferiore e la raccolta è forse meno immediata da giustificare. Ma il peso specifico dei titoli presenti resta enorme. E soprattutto, dopo tutti questi anni, MGS4 è finalmente libero dalla sua prigione di PS3.
Peace Walker: quando Metal Gear incontra Monster Hunter
Parto da Peace Walker, che avevo già giocato ai tempi della versione originale. È un gioco che continuo ad apprezzare moltissimo, e per molti versi persino più di The Phantom Pain. Il motivo è soprattutto il suo gameplay loop.
Peace Walker prende la struttura di Metal Gear e la trasforma in qualcosa che ricorda quasi un Monster Hunter formato Metal Gear: si affrontano missioni, si ottengono risorse e nuovi soldati, si sviluppano armi ed equipaggiamenti e poi si torna sul campo per affrontare sfide sempre più impegnative. È un ciclo estremamente soddisfacente.
E, personalmente, preferisco il modo in cui questo sistema viene sostenuto dalla struttura a missioni di Peace Walker rispetto all’open world di The Phantom Pain. Non perché l’idea dell’open world di MGSV sia necessariamente sbagliata, ma perché nel gioco PSP ogni missione ha uno scopo molto più immediato.
Non bisogna attraversare chilometri di mappa per arrivare all’obiettivo. Si sceglie una missione, si entra in azione, si ottengono ricompense e si torna alla Mother Base per potenziare il proprio arsenale.
La Mother Base e la progressione di Peace Walker
E la Mother Base è probabilmente la mia parte preferita dell’intero sistema. Reclutare soldati, assegnarli alle varie unità, sviluppare nuove armi e continuare a espandere la propria organizzazione crea un senso di progressione che funziona ancora oggi. Soprattutto perché il gioco continua a fornire nuovi motivi per utilizzare ciò che abbiamo appena sbloccato.
È proprio questo che, secondo me, rende il loop di Peace Walker più efficace di quello di The Phantom Pain: c’è una densità maggiore di contenuti e di obiettivi da inseguire.
La storia di Peace Walker tra deterrenza e fan service
Il problema principale, per me, è invece la storia. Peace Walker contiene alcune idee molto interessanti, ma nel complesso la considero la parte più debole del gioco. La vicenda tende spesso a riempire spazio, con parecchio fan service e una serie di personaggi che sembrano esistere anche per alimentare il collegamento con il resto della saga.
Il nucleo tematico, però, mi piace. In particolare, il concetto della deterrenza e l’idea che una macchina possa sostituire il cuore umano come strumento di deterrenza sono tra gli elementi più interessanti della storia. È una riflessione perfettamente coerente con ciò che Metal Gear ha sempre raccontato sul rapporto tra uomo, guerra e armi nucleari.
Ed è un peccato, perché il gioco non avrebbe avuto bisogno di così tanto materiale filler per sostenere un gameplay già capace di reggersi benissimo da solo.
Peace Walker su hardware moderno
La versione presente nella Master Collection deriva dalla precedente versione HD e non rappresenta una vera e propria ricostruzione grafica del gioco.
Il vantaggio principale è l’adattamento all’hardware moderno: il gioco gira a frame rate elevato e dispone di diverse modalità di resa dell’immagine, con un’opzione ad alta risoluzione che migliora anche la presentazione delle sequenze illustrate.
Il risultato non cancella però la sua origine PSP. Modelli, ambientazioni e asset mantengono inevitabilmente i limiti dell’hardware originale, ed è palese. È quindi più corretto parlare di versione modernizzata e ripulita che di remaster radicale.
E, saremo sinceri, va bene così: Peace Walker rimane riconoscibile per quello che era, ma oggi è molto più semplice recuperarlo senza dover necessariamente possedere una PSP o una vecchia console. Tra l’altro, meglio lui che Portable Operation, oggettivamente più debole sotto quasi ogni aspetto.
Metal Gear Solid 4: finalmente fuori dalla PS3
Se Peace Walker è il gioco che mi diverte di più nel suo gameplay loop, MGS4 è senza dubbio il motivo principale per cui questa collection esiste. Lo avevo già giocato su PlayStation 3, quindi per me la vera notizia non è scoprire il gioco per la prima volta. È poterlo finalmente considerare, a tutti gli effetti, un gioco recuperabile.
Per quasi vent’anni Guns of the Patriots è rimasto confinato alla PS3. Oggi può invece essere giocato su hardware moderno, con risoluzione fino a 4K e 60 fps sulle piattaforme più potenti, oltre a tempi di caricamento enormemente ridotti rispetto all’originale (chi ricorda le mezz’ore infinite a guardare Snake fumarsi una sigaretta, tra un capitolo e l’altro?).
Anche in questo caso, non è una nuova versione grafica del gioco. Konami non ha rifatto modelli, texture o ambientazioni. Il lavoro è soprattutto quello di adattare il titolo a un hardware moderno, aumentando risoluzione e fluidità e rimuovendo gran parte delle attese che caratterizzavano la versione PS3.
Ed è probabilmente esattamente ciò di cui MGS4 aveva bisogno. Il gioco originale era già tecnicamente impressionante nel 2008 e, ancora oggi, conserva una quantità di dettagli e una cura nella regia che molti titoli moderni faticano a raggiungere.
Aumentare la risoluzione e portarlo a 60 fps non lo trasforma in un gioco contemporaneo, ma permette finalmente di apprezzare meglio quello che Kojima Productions aveva costruito allora.
Il gameplay di MGS4 tra stealth e linearità
Il gameplay di MGS4 mi è sempre piaciuto. Come veniva utilizzato, forse, un po’ meno. Il sistema di stealth, l’OctoCamo, il CQC, la gestione delle armi e tutte le possibilità offerte a Snake funzionano ancora molto bene. Il problema è soprattutto strutturale.
Le prime due aree sono quelle in cui il gioco lascia maggiormente respirare il giocatore, proponendo ambientazioni relativamente aperte e situazioni nelle quali poter sfruttare davvero il sistema di gioco. Poi, progressivamente, questa componente viene ridotta.
Il gioco diventa sempre più lineare e, nella seconda metà, si arriva quasi alla situazione opposta: si passa più tempo a guardare che a giocare. Le cutscene sono lunghissime e alcune possono davvero mettere alla prova la pazienza del giocatore. A prescindere da tutto, però, non le ho mai considerate superflue.
MGS4 doveva chiudere un’enorme quantità di fili narrativi accumulati nei capitoli precedenti. Era il gioco che doveva tirare le somme sulla storia di Solid Snake, Liquid, Ocelot, Big Boss, i Patriots e tutto ciò che la serie aveva costruito fino a quel momento. È quindi inevitabile che abbia una componente cinematografica enorme.
Il problema non è tanto la presenza delle cutscene, quanto il fatto che, andando avanti, il gioco lasci sempre meno spazio al gameplay per raccontare la propria storia.
La regia di MGS4 e il ritorno a Shadow Moses
Eppure, quando parte uno dei grandi set piece, è difficile non rimanere impressionati. Da Praga a Shadow Moses, passando per gli scontri e le sequenze spettacolari che accompagnano l’intera avventura, MGS4 è praticamente una successione di momenti memorabili.
Non riesco nemmeno a scegliere due o tre set piece da citare perché il gioco è talmente pieno di questi momenti che finirei per fare un elenco infinito.
Ed è proprio questa la cosa che, secondo me, rende MGS4 ancora importante. La sua messinscena fa impallidire molti giochi moderni. Non necessariamente perché abbia una grafica migliore, ma perché riesce continuamente a trasformare il gameplay, la regia, la musica e la narrazione in un unico spettacolo.
Il ritorno a Shadow Moses ne è probabilmente l’esempio più evidente: non è soltanto un’ambientazione che torna dal primo gioco, ma un’intera parte dell’esperienza costruita sulla memoria del giocatore.
E quando si arriva al finale, MGS4 smette praticamente di essere un normale gioco d’azione e diventa una celebrazione dell’intera saga. È eccessivo? Assolutamente. È spesso melodrammatico? Anche. Ma è difficile negare quanto sia ambizioso.
MGS4: un aggiornamento che conserva la visione originale
Il lavoro sulla versione moderna di MGS4 è quindi più conservativo di quanto il termine “remaster” potrebbe far pensare.
La risoluzione arriva fino al 4K e il frame rate raggiunge i 60 fps, mentre i caricamenti sono stati drasticamente ridotti. Il risultato è particolarmente evidente perché l’originale PS3 era famoso anche per le attese e le installazioni tra le varie sezioni.
La nuova versione non cerca di trasformare Guns of the Patriots in un remake, ed è una scelta che personalmente condivido, soprattutto se consideriamo quante rimasterizzazioni hanno rovinato la visione artistica originale quando hanno ritoccato troppo.
La sua forza non era soltanto nella grafica del 2008: era nella direzione artistica, nelle animazioni, nella regia e nella quantità di dettagli che Kojima Productions era riuscita a mettere insieme. Vederlo girare oggi in maniera più fluida e senza le vecchie attese rende semplicemente più facile apprezzare quell’ambizione.
Metal Gear: Ghost Babel, lo stealth su Game Boy Color
L’ultimo gioco della raccolta è anche quello che le persone conoscono meno, e che sbagliano a sottovalutare troppo. Quello che posso dire, sulla base del gioco originale e delle analisi della nuova versione, è che l’inclusione è molto più interessante di quanto potrebbe sembrare sulla carta.
Ghost Babel è un’avventura per Game Boy Color non canonica che riprende la struttura dei primi Metal Gear con visuale dall’alto, aggiungendo però numerosi elementi derivati da Metal Gear Solid.
Il risultato è uno stealth estremamente compatto. Le aree sono piccole, ma il giocatore deve osservare i movimenti delle guardie, sfruttare l’ambiente, scegliere quando avanzare e quando aspettare. Per un gioco uscito su Game Boy Color nel 2000, la quantità di idee è sorprendente.
Anche la nuova versione sembra aver cercato di rispettarne la natura originale invece di trasformarlo artificialmente in qualcosa di moderno. Sono presenti filtri video, opzioni di visualizzazione e funzioni come il salvataggio rapido, che rendono più semplice affrontare oggi un gioco progettato secondo standard molto diversi.
La cosa forse più interessante è proprio questa: Ghost Babel non sembra essere stato inserito soltanto per riempire la collection. È una testimonianza di come il concetto di Metal Gear potesse funzionare anche lontano dalla grafica 3D e dalle enormi produzioni PlayStation.
Per me rimane una curiosità da approfondire personalmente, più che un gioco sul quale posso ancora dare un giudizio definitivo.
Master Collection Vol. 2: il confronto con il primo volume
Alla fine della fiera, il confronto con Master Collection Vol. 1 è inevitabile. Il primo volume aveva dalla sua tre capitoli principali fondamentali, oltre ai primi due Metal Gear. Qui abbiamo soltanto due giochi principali, nemmeno tra i migliori in assoluto, e uno spin-off non canonico.
Eppure c’è un argomento che rende questo secondo volume particolarmente importante: MGS4. Avere finalmente Guns of the Patriots su una piattaforma moderna significa completare un pezzo fondamentale della storia di Metal Gear che, per quasi vent’anni, è rimasto difficile da recuperare.
Peace Walker, invece, dimostra quanto la serie fosse disposta a sperimentare. È un Metal Gear costruito attorno a missioni brevi, gestione della Mother Base, raccolta di risorse e sviluppo dell’equipaggiamento. Un gioco che, personalmente, trovo ancora più divertente nel suo loop di quanto non trovi The Phantom Pain nella sua struttura open world.
E poi c’è Ghost Babel, che rappresenta il lato più curioso e archeologico della raccolta.
Il comparto tecnico e le occasioni perse
La parte tecnica non è rivoluzionaria. Non siamo davanti a remake o remaster completamente rifatti, ma la risoluzione più alta, i 60 fps, i caricamenti ridotti e le varie opzioni di visualizzazione fanno quello che serve per rendere questi giochi più accessibili oggi.
Rimane qualche occasione persa. La raccolta avrebbe potuto essere ancora più completa e alcuni asset mostrano inevitabilmente la loro età. Anche la presentazione dei giochi attraverso launcher separati è meno elegante di quanto ci si potrebbe aspettare da una collection moderna.
Conclusioni: un pezzo di storia finalmente accessibile
Ma il punto fondamentale rimane. Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 recupera finalmente due giochi importantissimi e rende accessibile un pezzo di storia che era rimasto bloccato su hardware ormai vecchio.
Peace Walker continua a dimostrare quanto possa essere divertente il lato più “videogioco” della serie, mentre Metal Gear Solid 4 rimane un’opera enorme, esagerata e imperfetta, ma anche una dimostrazione di ambizione narrativa e spettacolare che ancora oggi riesce a impressionare.
E Ghost Babel è quella piccola stranezza che ricorda quanto fosse grande l’universo di Metal Gear anche al di fuori dei capitoli principali.
Non è una collection perfetta e probabilmente avrebbe potuto offrire di più. Ma dopo diciotto anni, poter finalmente giocare MGS4 fuori dalla PlayStation 3 è già, di per sé, un evento.





