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PlayStation, Sony sceglie il momento peggiore: “I giochi digitali sono concessi in licenza, non venduti”

PlayStation 5 affiancata a custodie Blu-ray in frantumi e a una libreria digitale di videogiochi, simbolo del passaggio al mercato digitale.

Nel pieno delle discussioni sul futuro dei videogiochi fisici, Sony torna involontariamente a mettere benzina sul fuoco. Diversi utenti PlayStation stanno infatti ricevendo un’e-mail contenente i termini recentemente accettati per l’utilizzo dei servizi della compagnia, e all’interno della documentazione compare una frase destinata inevitabilmente a riaccendere il dibattito sulla proprietà digitale.

Il concetto espresso nei termini PlayStation è molto chiaro: il software viene concesso in licenza all’utente e non venduto.

Non si tratta di una nuova politica introdotta improvvisamente da Sony, né di una dichiarazione formulata appositamente in risposta alle recenti polemiche. È una condizione prevista dalla documentazione contrattuale PlayStation. È però il momento in cui molti giocatori se la stanno ritrovando davanti ad aver attirato inevitabilmente l’attenzione.

Sony ricorda cosa significa davvero comprare un gioco digitale

All’interno dell’accordo di licenza viene spiegato che il software è concesso all’utente attraverso una licenza limitata, non esclusiva, non trasferibile e personale, secondo le condizioni previste dall’accordo stesso.

Una distinzione giuridica fondamentale che spesso passa inosservata durante un normale acquisto digitale.

Quando un giocatore compra un titolo attraverso uno store digitale, infatti, il rapporto con quel software non è necessariamente equivalente alla proprietà tradizionalmente associata all’acquisto di un bene materiale. L’utente ottiene una licenza per accedere e utilizzare il contenuto secondo determinate condizioni.

Naturalmente questo non significa che Sony possa semplicemente cancellare arbitrariamente qualsiasi acquisto ignorando le normative applicabili: restano validi i diritti garantiti ai consumatori dalle leggi dei rispettivi Paesi.

Ma la parola utilizzata nei termini rimane inequivocabile: licensed, non sold.

Un’e-mail arrivata nel momento più delicato possibile

Ed è qui che la vicenda assume un significato completamente diverso.

Il settore sta attraversando una delle discussioni più accese degli ultimi anni sul rapporto tra supporto fisico, distribuzione digitale e reale proprietà dei videogiochi. Ritrovarsi proprio adesso davanti a un documento che ribadisce la natura della licenza digitale non poteva che attirare l’attenzione della community.

Va però precisato un punto fondamentale: non esistono elementi che permettano di affermare che Sony abbia inviato queste comunicazioni come risposta alle proteste o al dibattito sul supporto fisico.

L’e-mail stessa presenta infatti la documentazione come copia dei termini recentemente accettati dall’utente, da conservare come riferimento.

Il tempismo è quindi evidente. L’intenzione dietro quel tempismo, invece, non è dimostrata.

Fisico contro digitale: la questione torna al centro

La vicenda riporta inevitabilmente alla luce uno degli argomenti principali utilizzati da chi continua a difendere il mercato fisico.

Un disco rappresenta un oggetto materialmente posseduto dal consumatore, anche se nei videogiochi moderni la questione è diventata molto più complessa tra patch, autenticazioni, contenuti scaricabili e giochi che possono dipendere in parte o completamente da infrastrutture online.

Il digitale elimina invece il supporto materiale e lega l’accesso al contenuto a licenze, account, piattaforme e relative condizioni di servizio.

Ed è esattamente per questo che una frase apparentemente burocratica contenuta nei termini PlayStation assume oggi un peso molto più grande.

Sony non ha cambiato le regole, ma ora tutti le stanno guardando

È probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’intera storia.

Sony non ha improvvisamente annunciato che gli utenti non possiedono i propri giochi digitali. La natura della licenza software era già stabilita nei termini contrattuali.

La differenza è che, mentre una parte della community discute proprio del valore della proprietà e della conservazione dei videogiochi, alcuni utenti si stanno ritrovando quella distinzione scritta nero su bianco direttamente nella propria casella e-mail.

Non è la nascita di una nuova regola.

È una vecchia regola che non avrebbe potuto tornare sotto i riflettori in un momento più esplosivo.

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