Pokémon: destinato a durare per secoli. Lo afferma il COO di The Pokémon Company

Videogiochi, anime, carte collezionabili, film e serie TV. Tutto pur di mandare avanti Pikachu e compagnia.

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Chissà se fosse questo il sogno di Satoshi Tajiri, l’uomo che pescando dai suoi ricordi d’infanzia mise insieme Pokémon. Di certo è la visione di Takato Utsunomiya, attuale Chief Operating Officer di The Pokémon Company, l’azienda che gestisce l’IP a livello globale. In una intervista concessa al Guardian, Utsunomiya ha affermato di aver reso questo il suo obiettivo principale: “passo intere giornate a pensarci”.

Il dirigente confida alcuni suoi pensieri circa le strategie di mercato del brand. Pokémon è una IP che si rivolge trasversalmente a diverse fasce di età: “è facile provare a raggiungere gli adulti. Hanno la disponibilità economica e, soprattutto, sono cresciuti coi nostri prodotti. Più difficile attrarre la nuova audience più giovane dice Utsunomiya. Secondo l’executive, i più piccoli rappresenterebbero un pubblico di gran lunga più onesto e perfettamente in grado di scegliere quali prodotti mediali consumare.

Mandare avanti un impero del genere “ben oltre le normali aspettative di vita dei singoli” non è però compito facile. Dalle 151 creature iniziali, ora il brand conta 1015 Pokémon. Nel corso del tempo l’azienda si è via via discostata dalle idee originali di Tajiri per cercare di creare mostriciattoli sempre meno ‘vicini’ alla realtà e sempre più fantasiosi. Perseguire su questa strada non sarà affatto facile. Ma per fortuna, dice ancora Takato, ci sono tanti appassionati che vogliono dare il loro contributo.

Intanto l’universo delle sfere Poké si amplia. La nuova serie animata dice addio per sempre ad Ash e Pikachu. In tv una serie live-action ambientata nel mondo reale racconterà la passione di una giovane ragazza per i giochi e Netflix si prepara ad accogliere una serie inedita in stop-motion. Sul versante videogames, gli ultimi episodi: Scarlatto e Violetto, si stanno per arricchire di nuovi DLC.

FONTEThe Guardian