Returnal – Recensione (PlayStation 5): La prima grande esclusiva Sony della next gen!

Returnal è la storia di Selene, intrappolata sul pianeta Atropos da uno, dieci, cento anni. Una missione misteriosa, un ordine non ascoltato, un atterraggio di fortuna dal quale non può più tornare indietro. Lei, unica umana in un sistema deserto, abbandonato persino dai suoi stessi abitanti.

Antiche strutture ed enormi statue narrano le gesta degli xenomorfi venuti prima di lei. Ci raccontano di conquiste, di super-potenze e di imperi, ma anche delle battaglie che hanno messo fine a tutto. Ora, Atropos è un mortale pezzo di roccia dimenticato da Dio: senza legge, senza padrone e senza alcuna certezza.

La sua maledizione attira a sé tutti i malcapitati che hanno calpestato il suo suolo, intrappolandoli in un loop temporale da cui è impossibile fuggire. Qualunque sia l’esito della nostra missione, il risultato sarà sempre lo stesso: ritornare ai primissimi attimi dello schianto e ripetere tutto, ancora e ancora, come in un interminabile incubo.

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Il limbo di Selene è forse uno degli esempi massimi di come collegare sensatamente narrazione e gameplay in un unico mix. Il suo tornare perennemente al punto zero, il suo disperarsi nel notare come il mondo sia in costante mutamento, il suo doversi rimboccare le maniche per riguadagnare ogni strumento perso: è tutto un riuscitissimo tentativo di tessere una vicenda intorno a ciò che è il roguelike come genere in sé. O il roguelite, in questo caso.

Returnal è forse il primo “vero” gioco di Housemarque, e anche per questo abbiamo finito tutti per sottovalutarlo. Ed è normalissimo, aggiungeremmo noi. Tra Dead Nation e Resogun, sono tanti i bei giochi nel portfolio degli sviluppatori, alcuni dei quali anche dei veri e propri punti di riferimento del genere. Ma quanti sono i titoli, a conti fatti, davvero imperdibili? O che hanno riscritto la storia?

Totalmente a sorpresa, dopo averci passato svariati giorni su, possiamo dirlo con certezza: Returnal è un grande passo in avanti per Housemarque, che ha sì corso un enorme rischio, ma che ha finito per essere ripagato in pieno. È anche un grande passo in avanti per il genere, che riesce a trovare finalmente della fortuna anche in un videogioco totalmente 3D e ad allontanarsi dagli esempi dei soliti The Binding of Isaac, Enter the Gungeon e .

Coraggio e qualità si fondono in un unico pacchetto, abbellito dal nastro del conto in banca di mamma Sony e con un messaggio d’auguri ben chiaro sul davanti: “Ciao, sono attualmente la miglior esclusiva PlayStation 5 e non ci avreste mai scommesso”.

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Returnal vive sostanzialmente di tre forti e distinte. Quattro, se vogliamo essere pignoli. Partiamo subito col dire che mai nessuno aveva osato fondere insieme così tanti generi diversi, men che meno in un ambiente tridimensionale, dove costruire livelli e sfida è infinitamente più difficile. O almeno, non questi generi precisi. Non solo una boccata d’aria fresca in un panorama ad alto budget sempre più copia-incolla, ma anche un enorme dito medio a chiunque pensi che Sony non dia spazio al nuovo e non osi più abbastanza.

Ed è così che abbiamo il Returnal roguelite: quello dove a ogni morte – o ciclo, come lo chiama Selene – ci ritroviamo di fronte a potenziamenti, arene, nemici e livelli completamente diversi. Quello che ci spinge a imparare le regole ma a sfruttarle in situazioni sempre randomiche e mai memorizzabili.

Abbiamo poi il Returnal sparatutto, che è forse ciò che lo rende davvero così grandioso. Veloce, preciso, duro come la pietra ma sempre onestissimo, facile da capire ma incredibilmente soddisfacente da padroneggiare.

E infine, il Returnal narrativo: quello che ci mette nei panni di una donna distrutta dall’interno da un passato che continua a rincorrerla. E da un pianeta che non le permette di fuggire per rimettere a posto i frammenti della sua vita spezzata, e a rivivere costantemente i suoi errori più grandi.

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Selene non è un personaggio logorroico, tutt’altro. E lo stesso Returnal non concede tantissimi spazi alla narrazione più consona, quella fatta di interminabili filmati scimmiottati da altri medium.

Returnal parla con l’ambiente, parla con gli incubi della sua protagonista, parla con le distorte e disgustose immagini che le popolano la mente e – soprattutto – parla con un continuo senso di solitudine e voglia di fuggire che si farà via via più forte con il progredire dell’avventura. Ogni sua vittoria, finiremo per sentirla nostra. E ogni volta che si ritroverà sconfitta e costretta a ritornare al punto di partenza? Beh, vorremmo essere lì ad aiutarla a piazzarsi un proiettile in bocca e a finirla una volta per tutte.

Il legame che si crea con lei è forte proprio perché è il Returnal videogioco a far soffrire noi in primis. Già li vediamo, i titoloni sensazionalistici del futuro: “Returnal è il nuovo Dark Souls”. Il solito paragone facile, ma che per una volta nasconde anche una piccola verità. Returnal non fa sconti, parla arabo fin dai primissimi secondi e sbatte in faccia così tante informazioni e regole astruse che le morti ripetute quasi diventano maestre di vita.

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Abbiamo le armi casuali ma anche gli add-on, i parassiti che donano bonus e malus, le porte chiuse con tipologie di chiavi diverse, la xeno-tecnologia permanente, la xeno-tecnologia NON permanente, gli Oboliti, gli artefatti, le monete, le maledizioni sotto forma di avarie, e non solo. Anche barre di adrenalina da far crescere, contatori della competenza da padroneggiare e milioni di numeri e numeretti da decifrare nei menu.

Un caos incredibile tanto alla prima ora quanto alla decima: eppure, successo dopo successo, morte dopo morte, si impara sempre qualche termine o meccanica in più. Ciò che inizialmente si faceva a caso, diventa strategia ponderata: la famosa mano del poker del roguelite, in pratica.

I livelli saranno anche sempre diversi, così come la loro conformazione, ma i giocatori più esperti impareranno pian piano a sfruttare al meglio ciò che gli viene donato, anche quando non è quello che si aspettava. Ed è proprio con la conoscenza, non la semplice matematica, che il gioco diventerà mano a mano più facile. La via più difficile per concepire un grado di difficoltà, insomma, ma anche il più soddisfacente quando lo azzeccano così in pieno.

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Questo rende Returnal un gioco di una varietà impressionante, con ogni nuovo viaggio che viene riscritto come un’epopea tutta nuova. Non annoia mai, anche quando ci schiaccia a più riprese sotto i suoi piedi. Perché ripartire è divertente, ed è altrettanto divertente notare come ogni errore potrà in futuro essere evitato. Vero, Returnal sarà anche uno dei prodotti più difficili che ci sia capitato tra le mani da anni, ma è anche uno dei più corretti. Perdere non è mai casualità, e questa è la sicurezza che solo le grandi opere possono darti.

Selene ha una mobilità incredibile e, con i giusti riflessi, può schivare letteralmente ogni assalto le si pari davanti. Continuare ad aggredire ci regala anche potenziamenti situazionali, quindi la regola diventa presto una e una sola: se i nemici vi fanno paura, voi dovrete fare più paura di loro.

La difesa diventa attacco e, quando è al suo massimo splendore, Returnal diventa un tripudio di schivate, proiettili, attacchi speciali, colori brillanti e adrenalina come mai si era vista fino a ora. Uno sparatutto che, uscito dal nulla, gareggia testa a testa con mostri sacri del calibro di DOOM o Vanquish. E quella action è solo una delle sue tante facce: in poche parole, una prova di stile capace di unire qualità e quantità come pochissimi altri.

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L’anima roguelite, più che dargli le fondamenta di un gioco infinito, sembra più puntare a variegare il più possibile la sua unica campagna. Dopo i titoli di coda è sempre divertente lanciarsi alla ricerca di tutti i pezzi di lore perduti o in una sfida personale da unica tirata, ma indubbiamente la sua priorità è quella di offrire principalmente un’avventura che possa essere diversa per ogni giocatore e a ogni nuovo tentativo.

Le sfide giornaliere potrebbero spingere qualcuno a ritornarci su, ma proprio per questo vorremmo vedere tanto supporto post-lancio. Perché il suo problema principale è che, prima o poi, finisce. E al netto dei pianti e dei controller rotti, il carisma di Returnal ci ha catturato e ancora non vuole lasciarci andare. Un po’ come il pianeta Atropos, che strana ironia. 20-30 ore potrebbero essere necessarie a portare a termine la storia se si è giocatori navigati, ma allo scorrere dei titoli di coda sfidiamo chiunque a non volerne ancora.

I trucchi per non scoraggiare il giocatore li ha, e son tutti ben ponderati. Per esempio, se è vero che potenziamenti e statistiche svaniscono a ogni Game Over, è altrettanto vero che a ogni nuovo giro viene regalato qualche add-on permanente, qualche pezzo di trama in più o addirittura qualche attrezzo esplorativo che permetterà di velocizzare il tutto con vere e proprie scorciatoie. Che sarebbe la famosa “terza anima e mezzo” di cui vi abbiamo parlato prima, ovvero quella metroidvania.

Storia e gameplay si fondono con una coerenza più unica che rara, esplodendo in un capolavoro di sfida e divertimento che lascia ogni manovra spettacolare nelle mani del giocatore e distrugge una volta per tutte la leggenda che Sony sia capace di tirare fuori solo interattivi. Vedere un videogioco così bello e puro è quasi commovente: vederlo uscire da un team semi-emergente, invece, addirittura sconvolgente.

Returnal non è però un’esperienza adatta a tutti: la sua forte base roguelite allontana chiunque cerchi dalla next-gen un viaggio di più ampio respiro, mentre la ripidissima linea di difficoltà va a cozzare con l’idea di blockbuster suggerita dal marchio in copertina. Un gioco per pochi, forse, che tenterà di arrivare nelle case di tutti e che accontenterà sicuramente gli amanti della sostanza e chi ha la mente aperta. Se dargli fiducia è un atto di fede, in regalo avrete un gameplay stratificato quanto una religione.

L’azione no-stop è persino retta da un framerate granitico a 60fps, a sua volta sostenuto da un 4K senza compromessi e che riesce a ricreare al meglio gli orrori che Selene sarà costretta a combattere. Non siamo di fronte alla miglior grafica next-gen vista fino a ora (come mole poligonale, Demon’s Souls è ancora un pelino sopra) ma il suo obiettivo è sicuramente la fluidità senza alcun calo. E per un gioco velocissimo come questo, riuscire a centrare quel target impressiona molto più di qualche effetto di luce extra.

L’utilizzo delle funzionalità del DualSense poi è magistrale: dopo Astro’s Playroom, FINALMENTE un titolo che ricorda cosa significa catapultarci nel futuro.

Le sensazioni pad alla mano con Returnal sono indescrivibili: dal grilletto molle a caricatore vuoto alla pioggia che ci scorre addosso, dal formicolio dei teletrasporti alla vibrazione dei razzi del jetpack. Potremo avvertire ogni minimo sussulto, grazie alle complessissime routine della vibrazione del controller, dal primo all’ultimo. E non parliamo solo di un’esperienza incredibilmente coinvolgente, ma anche di un vero e proprio aiuto per riconoscere al volo tutti i vari input che il gioco vuole darci in battaglia.

Stratificato, divertente, veloce, profondo, vario, innovativo, coraggioso, impegnativo: Returnal non solo si è rivelato la più grande sorpresa degli ultimi anni, ma anche uno dei giochi più solidi dell’intera scuderia PlayStation.

E indubbiamente la miglior esclusiva next-gen attualmente presente sul mercato, imperdibile sia per chi cerca un gioco che dà finalmente priorità al puro gameplay, sia per chi soffre ancora il fascino dell’horror intergalattico. Returnal è un roguelite innovativo, uno sparatutto eccezionale e un horror psicologico intrigante e dal grande stile: il tutto in un unico, incredibile pacchetto. Ma soprattutto, Returnal è solo e semplicemente Returnal.

All’infuori di qualche ambiente meno ispirato o di una intelligenza artificiale nemica che può incastrarsi (anche se raramente) negli spigoli delle arene, è davvero difficile trovare altri difetti a Returnal. Magari qualche nemico riciclato di troppo poteva essere evitato, ma qui stiamo davvero cercando il pelo.

Siamo forse di fronte a un gioco perfetto, o quasi, e a cui auguriamo tutto il successo di questo mondo perché possa essere sostenuto ed espanso nei tempi a venire. L’unico orrore, a questo punto, sarebbe non dargli una possibilità. E con Ratchet & Clank proprio dietro l’angolo, l’ottimismo è ormai alle stelle: il 2021 di PlayStation 5 è più infiammato che mai, e se questi sono i primi, timidi esperimenti, non osiamo immaginare cosa ci aspetterà in futuro.