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Siamo partiti per tornare a Hyrule: abbiamo provato Zelda Ocarina of Time su Nintendo Switch 2 – Anteprima

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The Legend of Zelda: Ocarina of Time

Ci sono videogiochi che si giocano, videogiochi che si finiscono e videogiochi che, in qualche modo, diventano parte della nostra vita. Opere capaci di attraversare intere generazioni, superare il passare degli anni e conservare intatto qualcosa di speciale, anche quando tutto intorno a noi continua a cambiare. The Legend of Zelda: Ocarina of Time appartiene indubbiamente a questa categoria, e avere l’opportunità di provarlo su Nintendo Switch 2 ha rappresentato un’esperienza che difficilmente dimenticherò.

Ma questa volta non si è trattato semplicemente di accendere una console, impugnare un controller e cominciare a giocare. Dietro questa anteprima c’è stato un viaggio, una trasferta a Francoforte, una serie di imprevisti piuttosto esilaranti e soprattutto un gruppo di persone che, nel giro di pochissimo tempo, è riuscito a trasformare un’esperienza professionale in qualcosa di molto più grande.

Sono partita con la curiosità di scoprire come uno dei videogiochi più importanti della storia potesse presentarsi oggi, ma durante questa avventura mi sono ritrovata a fare i conti anche con qualcosa di profondamente personale: i ricordi della mia infanzia, la passione per i videogiochi e una persona che ha contribuito a rendere tutto questo così importante nella mia vita.

E allora, prima di raccontarvi come si è comportato Ocarina of Time durante la prova, voglio portarvi con me all’inizio di questo viaggio. Perché, credetemi, la mia avventura è cominciata molto prima di mettere piede a Hyrule.

Zelda Ocarina of Time Nintendo Switch 2: la nostra anteprima

Una notte insonne e un viaggio che prometteva già grandi emozioni

La notte prima della partenza per Francoforte non sono praticamente riuscita a chiudere occhio. E non perché avessi paura di volare o perché ci fosse qualcosa che non andasse, ma semplicemente perché ero troppo emozionata per riuscire a dormire.

Continuavo a pensare a quello che mi aspettava, al viaggio, al gioco che avrei provato e soprattutto alle persone con cui avrei condiviso questa esperienza. C’era infatti un piccolo particolare: non conoscevo ancora bene quella che sarebbe diventata la mia compagnia di viaggio, o meglio, la mia personalissima ciurma.

Fortunatamente, ancora prima di incontrarci di persona, avevamo cominciato a sentirci attraverso un gruppo WhatsApp. Tra messaggi, battute e primi scambi di parole, il ghiaccio si era già rotto e quella che inizialmente sembrava una trasferta tra persone quasi sconosciute aveva iniziato ad assumere i contorni di qualcosa di decisamente più divertente.

Non immaginavo, però, che il vero spettacolo sarebbe cominciato proprio all’aeroporto di Roma Fiumicino.

Persa a Fiumicino: quando la prima missione è trovare i propri compagni

Chi mi conosce probabilmente non farà fatica a crederci, ma sono riuscita a perdermi letteralmente all’interno dell’aeroporto di Roma Fiumicino.

E quando dico perdermi, intendo proprio perdere completamente l’orientamento.

Dovevo raggiungere un altro ragazzo del gruppo, con il quale mi ero già messa in contatto per cercare di capire dove incontrarci. Sembrava tutto abbastanza semplice: lui mi indicava il punto in cui si trovava, io lo raggiungevo e insieme avremmo proseguito verso il gate.

Peccato che le cose non siano andate esattamente così.

Continuavamo a scriverci nella chat di gruppo e la conversazione aveva assunto dei contorni quasi surreali.

«Dove sei?»

«Sono qui.»

«Ma anche io sono qui!»

Il problema era che, nonostante fossimo entrambi convinti di trovarci nello stesso punto, non riuscivamo assolutamente a vederci.

Io continuavo a chiedere indicazioni alle persone che incontravo, cercando disperatamente di capire se fossi nel terminal corretto. E la cosa più divertente era che tutti sembravano confermarmi che mi trovassi esattamente dove dovevo essere.

Solo dopo un bel po’ di confusione siamo riusciti a capire il problema: ci trovavamo in due livelli differenti dell’aeroporto, in aree talmente simili da sembrare praticamente identiche.

In sostanza, mentre io cercavo il mio compagno di viaggio in un punto, lui mi stava aspettando a un altro piano.

Una situazione che, raccontata così, potrebbe sembrare banale, ma che vissuta in quel momento è stata esilarante. Talmente esilarante che quel continuo «dove sei?» è diventato una sorta di tormentone del nostro gruppo, il primo vero ricordo condiviso di un’avventura che doveva ancora cominciare.

Alla fine siamo riusciti a ritrovarci, abbiamo raggiunto gli altri e ci siamo diretti verso il gate. La mia prima missione, trovare i miei compagni, era finalmente completata.

E per fortuna, perché quella successiva prevedeva addirittura di cambiare Paese.

In volo verso Francoforte, con il cuore a mille

Una volta saliti sull’aereo, l’entusiasmo ha iniziato a mescolarsi a una sensazione completamente diversa.

Ero felicissima, naturalmente, ma allo stesso tempo sentivo il cuore battere fortissimo. Era un viaggio che desideravo vivere, qualcosa di nuovo, stimolante e incredibilmente importante per me, ma significava anche lasciare a casa, seppur per pochissimo tempo, mio marito e i miei bambini.

E credo che questo sia stato uno dei momenti emotivamente più intensi di tutta l’esperienza.

Da una parte c’era la mamma, abituata alla quotidianità della famiglia, ai propri figli e a tutto ciò che rappresenta casa. Dall’altra c’era la ragazza che aveva sempre amato i videogiochi e che adesso stava salendo su un aereo per vivere un’esperienza legata proprio a quella passione.

Due parti della mia vita che, in quel momento, sembravano incontrarsi in maniera completamente nuova.

Ero agitata, emozionata e con mille pensieri per la testa, ma sapevo che stavo per vivere qualcosa che avrei ricordato a lungo.

E così, tra una chiacchiera e l’altra con i miei compagni di viaggio, siamo finalmente partiti alla volta della Germania.

Francoforte, un aeroporto gigantesco e un autista misteriosamente scomparso

L’arrivo all’aeroporto di Francoforte è stato già di per sé sorprendente.

Non ero preparata a una struttura di quelle dimensioni. Era gigantesco, quasi una città dentro un’altra città, con spazi enormi e una sensazione di continuo movimento che mi ha lasciata davvero a bocca aperta.

Dopo essere sopravvissuta alla mia personale odissea a Fiumicino, speravo sinceramente che il resto del viaggio sarebbe proseguito senza ulteriori difficoltà.

Naturalmente, mi sbagliavo.

Avremmo dovuto incontrare un autista per raggiungere il nostro alloggio, ma c’era un piccolo problema: l’autista non si trovava da nessuna parte.

Abbiamo provato a metterci in contatto con lui, abbiamo cercato di capire come organizzarci e, per qualche momento, ci siamo ritrovati davanti all’ennesimo imprevisto di un viaggio che ormai sembrava volerci mettere alla prova.

Fortunatamente, dopo qualche telefonata e un po’ di organizzazione, siamo riusciti a trovare una soluzione e a raggiungere il nostro alloggio.

A quel punto, almeno sulla carta, la parte più movimentata della giornata sembrava essere finalmente terminata.

Ma la serata aveva ancora qualcosa di speciale da regalarci.

Una cena, nuovi amici e videogiochi fino a mezzanotte

Una volta arrivati al motel, abbiamo avuto finalmente modo di sistemarci e mangiare qualcosa. Ed è proprio durante la serata che il viaggio ha iniziato ad assumere un significato ancora più bello.

Ci siamo ritrovati con altre persone, abbiamo cominciato a conoscerci meglio e, quasi senza rendercene conto, ci siamo ritrovati a parlare di ciò che ci aveva accomunati fin dall’inizio: i videogiochi.

Abbiamo chiacchierato di esperienze, passioni, titoli che ci avevano accompagnato negli anni e di quel mondo che, in un modo o nell’altro, aveva portato ognuno di noi fino a Francoforte.

Ed è stato bellissimo rendermi conto di quanto fosse naturale parlare con persone conosciute praticamente da pochissimo tempo, ma con le quali sembrava già esserci una grande sintonia.

Le ore sono trascorse velocemente e siamo andati avanti a chiacchierare quasi fino a mezzanotte.

A quel punto ho deciso di ritirarmi per provare a dormire, anche perché la giornata successiva sarebbe stata particolarmente importante.

Dico provare perché, ancora una volta, l’emozione ha avuto decisamente la meglio sul sonno.

Il pensiero di ciò che avrei vissuto il giorno dopo continuava a tornarmi in mente.

E finalmente, dopo un’attesa che mi sembrava infinita, era arrivato il momento di ritrovare Link.

Finalmente Hyrule: quando il viaggio diventa un’emozione

Il momento della prova di The Legend of Zelda: Ocarina of Time su Nintendo Switch 2 è stato il culmine di tutte quelle emozioni accumulate durante il viaggio.

Eravamo entusiasti, curiosi e soprattutto felicissimi di poter vivere un’esperienza così particolare.

Ripensando alla notte insonne, alla disavventura di Fiumicino, al volo, all’aeroporto gigantesco di Francoforte e a tutte le risate condivise, mi rendevo conto che quell’avventura aveva già assunto un significato speciale.

Ma quando mi sono ritrovata con il controller tra le mani, le cuffie indossate e un grande televisore davanti, qualcosa è cambiato.

Perché conoscevo quel mondo. Conoscevo quella sensazione di partire all’avventura e sapevo quanto il nome Zelda fosse importante per me.

Eppure, in quel preciso momento, mi sono sentita di nuovo una bambina.

Una bambina con un Game Boy rosso tra le mani.

Tutto è cominciato molti anni fa, con un Game Boy Advance SP rosso

Prima di addentrarmi nelle considerazioni sul gameplay e sulle caratteristiche dell’esperienza, voglio raccontarvi qualcosa di personale.

La mia passione per i videogiochi non nasce oggi, né tantomeno con questa anteprima. È qualcosa che mi accompagna fin dall’infanzia, quando trascorrevo il mio tempo con un Game Boy Advance SP rosso, tra le avventure di Zelda, Super Mario e Harry Potter.

Ma il ricordo più bello di quel periodo non riguarda soltanto i videogiochi.

Riguarda mia nonna.

Mia nonna non era semplicemente una persona che mi guardava giocare. Era capace di prendere in mano un videogioco, affrontarne le difficoltà e portarlo fino alla fine. Una cosa che oggi potrebbe sembrare normale, ma che per me, allora, aveva qualcosa di straordinario.

Ed è incredibile pensare a come alcuni ricordi riescano a sopravvivere al tempo.

Sono cresciuta, la tecnologia è cambiata, le console si sono evolute e quella bambina è diventata una persona che oggi ha la possibilità di raccontare professionalmente il mondo dei videogiochi.

Eppure, quando mi sono ritrovata davanti a Ocarina of Time, una parte di me è tornata immediatamente a quegli anni.

Per qualche istante non ero più soltanto una giornalista impegnata a valutare un videogioco. Ero di nuovo quella bambina con il suo Game Boy rosso.

È stata una sensazione difficile da spiegare, ma che mi ha accompagnata durante tutta la prova.

Il ritorno a Hyrule: quando il passato incontra il presente

Il primo impatto con The Legend of Zelda: Ocarina of Time su Nintendo Switch 2 è stato caratterizzato da una sensazione molto precisa: ritrovarmi in un mondo familiare, ma allo stesso tempo osservarlo attraverso una prospettiva differente.

Ho avuto modo di immergermi nuovamente nell’universo di Link e di esplorare alcune delle ambientazioni più rappresentative dell’avventura.

La Foresta Kokiri è stata uno dei luoghi che mi hanno colpita maggiormente. Ritrovare quell’atmosfera, osservare gli ambienti e muovermi nuovamente nei panni di Link ha rappresentato un incontro tra memoria e presente.

Ciò che rende interessante questo ritorno non è soltanto il confronto con ciò che ricordiamo, ma anche il modo in cui un’opera del passato riesce a dialogare con le aspettative di chi gioca oggi.

Il mondo di Ocarina of Time conserva un’identità estremamente riconoscibile, costruita su un equilibrio particolare tra esplorazione, atmosfera e desiderio di scoperta.

E questo è forse uno degli aspetti che più mi hanno colpita: nonostante il passare degli anni, il fascino di Hyrule continua a funzionare.

L’avventura riesce ancora a trasmettere quella curiosità che spinge a guardarsi intorno, a osservare i dettagli e a domandarsi cosa si nasconda oltre il percorso che abbiamo davanti.

Dalla Foresta Kokiri alla Piana di Hyrule: il piacere della scoperta

Durante la mia esperienza ho potuto attraversare alcune delle ambientazioni più iconiche dell’avventura, dalla Foresta Kokiri alla Piana di Hyrule, passando per la Piazza del Castello e arrivando anche a confrontarmi con una sezione del Tempio della Foresta.

Si tratta di luoghi che raccontano differenti sfaccettature dell’universo di Zelda e che contribuiscono a costruire quella sensazione di viaggio che ha sempre rappresentato uno dei punti di forza della serie.

La Foresta Kokiri possiede un fascino tutto suo, legato anche al ruolo che ricopre all’interno dell’avventura. È un luogo che trasmette familiarità, ma che allo stesso tempo invita a osservare attentamente ciò che ci circonda.

La Piana di Hyrule restituisce invece un’impressione di maggiore apertura, alimentando il desiderio di continuare a esplorare. La Piazza del Castello contribuisce a dare personalità al mondo di gioco, introducendo un’atmosfera differente rispetto agli ambienti naturali.

Ogni luogo ha una propria identità e il passaggio da un’area all’altra contribuisce a mantenere viva la curiosità.

Naturalmente, una prova limitata non consente di giudicare l’intera struttura dell’avventura. Tuttavia, le sezioni affrontate mi hanno permesso di apprezzare ancora una volta quanto sia importante il senso della scoperta nella filosofia di Zelda.

Non è soltanto una questione di raggiungere una destinazione, ma soprattutto di vivere tutto ciò che accade lungo il percorso.

Gameplay e controlli: un’avventura che richiede attenzione

Uno degli aspetti su cui volevo soffermarmi maggiormente durante questa prova era il gameplay.

Al di là del valore storico di Ocarina of Time, infatti, è interessante capire come un’avventura costruita intorno a determinate meccaniche possa essere percepita oggi, soprattutto da chi è abituato a produzioni moderne che spesso guidano il giocatore in maniera molto più esplicita.

Durante le sezioni che ho affrontato, una delle sensazioni più evidenti è stata proprio la necessità di prestare attenzione a ciò che accadeva intorno a me.

Ocarina of Time non è sempre un gioco che ti prende per mano. In alcuni momenti è necessario osservare gli ambienti, ragionare sulle informazioni disponibili e comprendere autonomamente quale possa essere la soluzione migliore.

Questo approccio potrebbe richiedere un pizzico di pazienza a chi si avvicina per la prima volta all’avventura, ma personalmente l’ho trovato stimolante.

Non ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a un’esperienza eccessivamente complicata. Piuttosto, mi sono confrontata con situazioni che richiedevano concentrazione e un minimo di ragionamento.

È una distinzione importante, perché la difficoltà non coincide necessariamente con la frustrazione.

Anzi, la soddisfazione di individuare autonomamente una soluzione rappresenta uno degli aspetti più piacevoli dell’esperienza.

Anche il sistema di controllo ha contribuito a rendere il primo contatto interessante. Naturalmente, prima di poter esprimere considerazioni definitive sulla sua efficacia complessiva sarà necessario approfondire ulteriormente l’avventura, ma la prova mi ha permesso di concentrarmi sulle meccaniche fondamentali e sul modo in cui queste accompagnano l’esplorazione.

Boss fight: divertimento, intuizione e soddisfazione

Una delle parti che ho apprezzato maggiormente riguarda gli scontri con i boss.

Senza entrare nei dettagli delle singole battaglie e senza anticipare elementi che preferisco lasciare alla scoperta dei giocatori, posso dire che questi momenti sono risultati particolarmente piacevoli.

Le boss fight affrontate mi hanno trasmesso una sensazione positiva, soprattutto per il modo in cui riescono a combinare osservazione e azione.

Non è sufficiente limitarsi ad attaccare: bisogna capire cosa fare, interpretare la situazione e agire di conseguenza.

È proprio questo equilibrio a rendere gli scontri soddisfacenti.

Personalmente li ho trovati divertenti e piuttosto intuitivi nella loro logica, una volta compreso il funzionamento delle meccaniche coinvolte.

Non ho avvertito una difficoltà tale da interrompere il ritmo dell’esperienza, ma ho apprezzato la necessità di prestare attenzione alle situazioni proposte.

Anche in questo caso sarà importante valutare il resto dell’avventura prima di formulare un giudizio complessivo, ma le impressioni iniziali sono certamente incoraggianti.

Il Tempio della Foresta e l’importanza di sapersi fermare a osservare

Tra le sezioni affrontate, il Tempio della Foresta merita una considerazione particolare.

È proprio in ambientazioni di questo tipo che si percepisce quanto l’esplorazione e il ragionamento rappresentino elementi centrali della formula di Zelda.

Non voglio entrare nei dettagli delle situazioni che ho incontrato, anche perché ritengo che una parte fondamentale dell’esperienza consista proprio nel piacere di scoprirle autonomamente.

Quello che posso raccontare è che questa sezione mi ha ricordato quanto possa essere gratificante un videogioco che lascia spazio all’intuizione.

Osservare ciò che ci circonda, comprendere gli elementi importanti e individuare una possibile soluzione richiede un coinvolgimento differente rispetto a quello di un’avventura costruita esclusivamente sull’azione.

Il giocatore non è semplicemente qualcuno che attraversa un ambiente: diventa parte attiva del processo di scoperta.

Ed è una caratteristica che continuo a considerare estremamente affascinante.

La musica: quando bastano poche note per tornare bambini

C’è un elemento di Ocarina of Time che merita un discorso a parte, soprattutto per il modo in cui riesce a entrare in contatto con i ricordi dei giocatori.

La musica.

Credo che chiunque abbia un legame particolare con The Legend of Zelda sappia quanto le sue melodie siano importanti.

Non rappresentano soltanto un accompagnamento all’avventura, ma sono parte integrante della sua identità.

Ci sono colonne sonore che ricordiamo perché ci sono piaciute. E poi ci sono melodie che diventano parte della nostra memoria, capaci di riportarci immediatamente a un periodo della vita che pensavamo lontanissimo.

Le musiche di Zelda hanno questa capacità straordinaria.

Durante la prova, ascoltare quelle atmosfere attraverso le cuffie, mentre davanti a me prendeva nuovamente forma il mondo di Hyrule, ha contribuito a rendere l’esperienza particolarmente coinvolgente.

E inevitabilmente sono tornati anche i ricordi.

Quelli della mia infanzia, delle prime avventure videoludiche e di tutti quei momenti trascorsi con persone che hanno contribuito a farmi amare questo mondo.

È proprio qui che Ocarina of Time, almeno per me, è riuscito ad andare oltre la semplice esperienza di gioco.

Perché a volte basta una melodia per ricordarci chi eravamo.

Un’avventura che può unire generazioni differenti

Una delle ragioni per cui considero particolarmente interessante il ritorno di Ocarina of Time è la possibilità di avvicinare generazioni diverse attraverso la stessa avventura.

Da una parte ci sono coloro che conoscono già il viaggio di Link e che possono ritrovare ambientazioni, personaggi e situazioni familiari.

Dall’altra ci sono giocatori che potrebbero scoprire questo mondo per la prima volta, senza possedere alcun ricordo legato alla sua storia.

Sono due prospettive differenti, ma entrambe potenzialmente affascinanti.

Chi conosce già Ocarina of Time potrebbe vivere questa esperienza attraverso il filtro della nostalgia, cercando di ritrovare le emozioni provate in passato.

Chi invece si avvicina oggi al gioco potrebbe concentrarsi maggiormente sulle sue meccaniche, sull’esplorazione e sul modo in cui viene raccontata l’avventura.

Ed è proprio questa capacità di parlare a persone diverse, in momenti differenti della loro vita, che contribuisce a rendere Zelda qualcosa di speciale.

Il tempo cambia il nostro modo di giocare, ma non necessariamente il significato che attribuiamo alle esperienze vissute.

Il viaggio di ritorno: un giorno soltanto, ma una vita di ricordi

Quando è arrivato il momento di tornare a casa, mi sono resa conto di quanto velocemente fosse trascorso il tempo.

Eravamo stati via pochissimo, praticamente un giorno, eppure avevo la sensazione di aver vissuto molto più di una semplice trasferta.

Ripensavo a tutto quello che era successo: la notte insonne prima della partenza, il caos a Fiumicino, le risate nella chat di gruppo, il viaggio in aereo, Francoforte, l’autista che sembrava essersi volatilizzato e soprattutto le persone che avevo conosciuto.

Persone che, fino a poco tempo prima, per me erano praticamente sconosciute e che adesso associavo a una serie di ricordi bellissimi.

Perché a volte non è necessario trascorrere settimane insieme per costruire qualcosa di speciale.

Bastano una passione condivisa, la voglia di conoscersi e qualche imprevisto capace di trasformarsi in una storia da raccontare.

Il viaggio di ritorno è stato emozionante quanto quello dell’andata, ma per ragioni completamente differenti.

All’inizio ero partita con mille domande, un pizzico di agitazione e la curiosità di scoprire chi avrebbe condiviso con me quell’esperienza. Tornavo invece con la consapevolezza di aver conosciuto persone straordinarie, di aver vissuto qualcosa di speciale e, soprattutto, di aver creato nuovi legami.

Spero sinceramente che questa non sia stata l’ultima avventura insieme. Mi piacerebbe ritrovare la stessa compagnia in futuro, condividere altre esperienze, altri viaggi e, naturalmente, tantissimi altri videogiochi.

Magari senza ripetere la mia leggendaria impresa di Fiumicino.

Perché, se c’è una cosa che ho imparato da questa trasferta, è che a volte trovare i propri compagni di viaggio può essere più complicato che orientarsi in un dungeon di Zelda.

E forse è proprio questo il bello: alla fine, anche gli imprevisti diventano parte dei ricordi più belli.

Le mie prime conclusioni: il tempo passa, ma certe emozioni restano

Arrivata alla conclusione di questa esperienza, la sensazione più forte che mi è rimasta è stata una: avrei voluto continuare a giocare.

Avrei voluto esplorare ancora, osservare altre ambientazioni e scoprire come sarebbe proseguita questa nuova esperienza con Ocarina of Time su Nintendo Switch 2.

È una considerazione semplice, ma estremamente importante. Perché al di là delle aspettative, dei ricordi e dell’importanza storica di un nome come Ocarina of Time, un videogioco deve prima di tutto riuscire a coinvolgere.

E durante questo primo contatto, l’avventura di Link è riuscita a farlo.

Le sensazioni legate all’esplorazione, il piacere di affrontare gli enigmi, il divertimento delle boss fight e l’atmosfera generale hanno contribuito a rendere questa prova particolarmente piacevole.

Naturalmente, si tratta soltanto di un’anteprima e non di una valutazione definitiva. Sarà necessario approfondire molti altri aspetti prima di poter esprimere un giudizio completo sull’esperienza.

Ma c’è anche qualcosa che va oltre l’analisi tecnica.

Quando penso a questo viaggio a Francoforte, alla possibilità di provare Ocarina of Time su Nintendo Switch 2 e a tutto ciò che ho vissuto per arrivare fin qui, non riesco a evitare di ripensare a quella bambina che trascorreva le giornate con il suo Game Boy Advance SP rosso.

Una bambina che amava i videogiochi senza immaginare che un giorno avrebbe avuto la possibilità di trasformare quella passione in una parte così importante della propria vita.

E penso soprattutto a mia nonna.

A lei, ai ricordi che abbiamo condiviso e a quelle avventure che, senza saperlo, stavano contribuendo a costruire qualcosa che mi avrebbe accompagnato per sempre.

Oggi i videogiochi fanno parte del mio lavoro. Mi permettono di viaggiare, di conoscere persone, di scoprire mondi nuovi e di raccontare storie.

Ma soprattutto continuano a farmi provare le stesse emozioni di allora.

E forse è proprio questa la cosa più bella che mi ha lasciato The Legend of Zelda: Ocarina of Time.

La consapevolezza che, nonostante tutto il tempo trascorso, una parte di quella bambina è ancora qui.

E se potessi rivolgere un ultimo pensiero alla persona che ha contribuito a farmi amare così tanto questo mondo, le direi soltanto una cosa.

Nonna… alla fine guarda dove mi hai portata.

Un ultimo ringraziamento: perché ogni avventura ha bisogno dei suoi compagni

Prima di concludere definitivamente questo racconto, voglio dedicare qualche parola alle persone che hanno reso questa esperienza ancora più speciale. Perché, se c’è una cosa che mi porto a casa da Francoforte, oltre alle emozioni vissute con Zelda, sono proprio le amicizie nate durante questo viaggio.

Un ringraziamento speciale va innanzitutto a Elia, il mio personalissimo Link, che ha avuto l’arduo compito di salvarmi dal labirinto di Roma Fiumicino e aiutarmi a ritrovare la retta via. Anche se, a giudicare dai nostri messaggi, per un bel po’ sembrava che fossimo entrambi intrappolati in due dimensioni parallele dello stesso aeroporto! (il multiverso esiste) Credo che quel nostro interminabile «Dove sei?» rimarrà nella storia del gruppo ancora per parecchio tempo.

Un grazie altrettanto grande va ai nostri due «anzianotti», Emmanuel e Daniele. Due anzianotti, naturalmente, soltanto per scherzo, perché dentro sono probabilmente più giovani di tutti noi!

E poi ci sono Enrico, Elisabetta, Andrew e Alessio, il più giovane della nostra piccola compagnia. Ognuno, a modo proprio, ha contribuito a rendere questa trasferta un insieme di risate, conversazioni, imprevisti e ricordi che conserverò con grandissimo affetto.

Naturalmente, durante questa esperienza ho avuto il piacere di incontrare anche tante altre persone, ma questo piccolo gruppo è diventato la mia ciurma, quella con cui ho condiviso i momenti più spontanei e divertenti del viaggio.

È incredibile pensare che, fino a pochissimo tempo prima, fossimo quasi degli sconosciuti. Eppure è bastato un viaggio, qualche disavventura e una passione comune per far nascere qualcosa di davvero bello.

Spero sinceramente che le nostre strade possano incrociarsi ancora, magari davanti a un altro videogioco, su un altro aereo o dall’altra parte del mondo. Perché sarebbe meraviglioso vivere insieme nuove avventure, ritrovare quelle stesse risate e aggiungere altri ricordi a quelli che abbiamo già costruito.

In fondo, Zelda mi ha insegnato anche questo: ogni grande avventura è fatta di incontri, di persone che ci accompagnano per un tratto di strada e di legami che possono diventare molto più importanti della destinazione stessa.

Grazie di cuore a tutti voi, ragazzi. Siete stati la parte più bella e inaspettata di questo viaggio.

E per la prossima avventura vi prometto soltanto una cosa: cercherò di non perdermi di nuovo a Fiumicino.

Anche se, conoscendomi, non posso garantirvelo!

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