
Ed eccoci qui, reduci dallo State of Play Sony e pronti ad emettere condanne dal pulpito di un’inquisizione preventiva incentrata su banali percezioni, preconcetti stantii e l’irresistibile tentazione di predire il futuro sulla base di un breve filmato promozionale. A scatenare la puntuale bagarre post kermesse sarebbe stato, a questo giro, God of War: Laufey, inatteso spin-off dell’omonima saga che, a leggere i social, parrebbe aver già trascinato il culto di Kratos nell’oblio.
Eppure, limitandoci ai semplici fatti, ogni conclusione non può che essere meramente congetturale giacché, ad oggi, non abbiamo facoltà di stabilire se si tratterà di un buon titolo. Al netto di quanto visto non sappiamo, ad esempio, se la scelta di affidare il ruolo principale a Faye funzionerà davvero, né vi sono ancora elementi sufficienti a stabilire se il concept narrativo e strutturale del progetto finito potrà risultare appagante. A ben vedere,l’unica certezza che abbiamo è che gran parte della discussione nata attorno alla rispettiva presentazione non ha avuto quasi nulla a che vedere con il videogioco in sé. A poche ore dalla comparsa del trailer, il web si era già trasformato nel teatro di uno scontro ideologico in cui il prodotto sembrava aver assunto un’importanza secondaria rispetto alle battaglie culturali che ciascuno desiderava combattere. Da una parte accuse di “wokismo“, sostituzione delle figure maschili e presunte agende politiche; dall’altra risposte altrettanto polarizzate e spesso incapaci di accettare qualunque forma di critica.
Per fortuna, in questo grande marasma di polemiche strumentali, è stato possibile incontrare anche osservazioni legittime. È in effetti comprensibile che una parte del pubblico sia perplessa davanti a un God of War senza Kratos a vestire i panni del protagonista. Allo stesso modo, è assolutamente lecito interrogarsi sul tono emerso dal trailer, sulla direzione artistica o su alcuni dialoghi che hanno trasmesso una sensazione diversa rispetto all’epica più austera degli ultimi capitoli… Il problema nasce, tuttavia, quando queste considerazioni travalicano il concetto di analisi in divenire per trasformarsi in sentenze preventive. Come abbiamo avuto modo di notare, questo corto circuito concettuale si è manifestato sotto varie forme, la più controversa delle quali attribuiva all’esistenza stessa di Faye la prova di una presunta deriva ideologica dell’industria. A complicare le cose, sono quindi tornati anche alla ribalta gli estetistidel poligono, i quali hanno subito indirizzato il proprio sdegno verso l’aspetto fisico del personaggio… Neanche esistesse una legge universale secondo cui il compito di salvare l’universo spetti solo a chi appare “bello bello in modo assurdo”, per dirla alla Derek Zoolander.
Probabilmente dovremmo a questo punto perderci in un giro di parole volto a edulcorare il messaggio, ma preferimano andare dritto al punto, affermando che è oggettivamente difficile immaginare qualcosa di più distante da una critica matura. E il fatto che il videogiocatore medio indulga in questo genere di polemiche non fa che alimentare il pregiudizio che porta i cultori di altri bacini artistici a snobbare l’universo del gaming. Laddove il pubblico legato ad altre dimensioni culturali ha per lo più accantonato la dimensione adolescenziale della propria critica, i videogiocatori seguitano infatti a indulgere nei medesimi errori, come quello di perdersi in polemiche così puerili e pregiudiziali da svilire qualsiasi tentativo di emancipazione del medium. Va pertanto da sé che fino a quando il pubblico di riferimento non si dimostrerà all’altezza delle ambizioni di questo settore, il videogame faticherà a rivendicare la propria dignità artistica, nonché ad ottenere il medesimo riconoscimento culturale riservato al cinema di qualità, alla letteratura, al fumetto o alla musica.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: cosa possiamo fare, noi appassionati, per invertire questa imbarazzante tendenza? La risposta è ragionevolmente complessa ma, tanto per cominciare, potrebbe essere utile isolare alcuni atteggiamenti di evitare. Un buon punto di partenza sarebbe, in tal senso, quello di non trasformare ogni annuncio promozionale in una dichiarazione di guerra né interpretare ogni scelta creativa alla stregua di una posizione politica. Più di ogni altra cosa, occorrerebbe smetterla di confondere il diritto di esprimere un’opinione con la pretesa di possedere già tutte le informazioni necessarie per formulare un giudizio definitivo. Dopo tutto, i trailer servono a presentare un progetto, non a rimpiazzare l’esperienza definitiva. Per questo motivo la questione Laufey va probabilmente oltre il singolo gioco. Alla luce di quanto emerso, essa pare difatti riguardare più il modo in cui il pubblico contemporaneo sceglie di rapportarsi alle opere. Perché assistere a uno showcase con il coltello tra i denti, pronti a decretare vincitori e sconfitti nel giro di pochi secondi, non significa esercitare spirito critico. Significa semplicemente cercare conferme alle proprie convinzioni pregresse.
E ora, attenzione! Detta riflessione non implica la rinuncia diritto di critica, né l’accettazione passivamente ogni scelta degli sviluppatori, ma costituisce un’esortazione a rapportarsi costruttivamente all’attesa, rimandando i giudizi alla prova del pad. Perché un filmato di qualche minuto può raccontare alcune cose. Ma non potrà mai dirci se un videogame è valido o meno.









