Home Editoriale Da acquirente a debitore: la trappola dell’affitto multimediale

Da acquirente a debitore: la trappola dell’affitto multimediale

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Non molto tempo fa, acquistare un videogioco significava possederlo. Lo sceglievamo tra tanti dopo accorta ponderazione e lo riponevamo sul nostro scaffale dei sogni, certi che quel gioiello sarebbe rimasto nostro per sempre. Logicamente, lo stesso discorso valeva per i film in DVD, gli album musicali e persino per i libri: beni che, collocati in vari angoli della nostra casa delineavano una sorta di museo autobiografico delle nostre passioni. La rivoluzione dello streaming, corroborata dal sorgere delle famigerate piattaforme on demand e la relativa strategia degli abbonamenti ha poi stravolto le leggi dell’intrattenimento domestico in un giro di valzer: ancor prima che potessimo accorgercene, un giorno ci siamo svegliati e abbiamo scoperto che tutto ciò che ci definisce è oramai legato ad una subdola cultura del noleggio. Quella che ci illude di avere tutto a portata di mano, celando al contempo una realtà oscura, che vede il nostro intero ecosistema di interessi dipendere da una rata mensile.

Servizi come Game Pass, PlayStation Plus, Nintendo Switch Online, Netflix, Disney+, Prime Video, HBO Max, Paramount+, DAZN, Sky e una galassia di alternative minori hanno di fatto sostituito il concetto di acquisto con quello di accesso e lo hanno fatto silenziosamente, passo dopo passo, col preciso intento di rendere questa transizione naturale, piuttosto che traumatica. Oggi come oggi, il dato è sostanzialmente tratto e il mercato ci restituisce il profilo di un’utente medio che non acquista più i prodotto, ma il semplice temporaneo diritto di usufruirne. I colletti bianchi ci dicono che questo modello di business è più sostenibile, ma al netto di offerte più o meno irrinunciabili, ricchi bundle e ciclici sconti, è difficile ritenere che questa forsennata corsa alla membership sia così vantaggiosa. Presi singolarmente, questi abbonamenti appariranno anche convenienti, ma al di là di premesse idealistiche si cela una manovra luciferina tesa a trasformare l’acquirente in un debitore. Dieci euro qui, quindici là, venti lì e ci si ritrova infatti a pagare l’equivalente di una qualsiasi bolletta o forse anche l’affitto di un box auto. Se per usufruire di tutti i principali servizi di gaming on demand attualmente disponibili un gamer dovrebbe spendere circa 50 euro al mese, mantenere attivi tutti i principali servizi di home entertainment comporterebbe un ulteriore surplus di 140 Euro. Il che, spalmato nel tempo, equivarrebbe a oltre 2000 euro l’anno, circa 10.800 euro ogni 5 anni e ben 21.600 euro in dieci. Una bella cifra se si considera che, pur dedicando almeno 8 ore al giorno all’usufrutto di questi servizi, riusciremmo a malapena a godere del 5% dei rispettivi contenuti.

Naturalmente, i sostenitori del modello sottolineano come il rapporto quantità-prezzo sia straordinariamente favorevole. E tecnicamente è persino vero: nessuno potrebbe del resto acquistare migliaia di film, serie TV e videogiochi con poche decine di euro mensili. Il punto è che questa matematica dell’abbondanza nasconde un paradosso difficilmente aggirabile e cioè che nessun essere umano sia in grado di consumare tutto ciò per cui sta pagando. Sommando le offerte disponibili sul mercato si raggiunge una quantità di contenuti tale da richiedere non una vita, ma vere e proprie Ere biologiche. Come se non bastasse, il principio di acquisto finalizzato al diritto di possesso resta un nodo fatale, specialmente in vista del fatto che, pur pagando la rata mensile, nessun servizio garantirà l’accesso perpetuo al materiale disponibile. Ogni contenuto può infatti essere rimosso da una piattaforma, trasferito altrove, diventare indisponibile per ragioni contrattuali o semplicemente sparire dietro un aumento tariffario… E non c’è alcun abbonamento Premium che possa impedirlo.

Ne deriva uno scenario melodrammatico in cui ci viene chiesto di investire sempre di più per possedere sempre di meno. Ci diranno che grazie agli abbonamenti e alle piattaforme streaming l’intrattenimento è diventato più versatile e accessibile di quanto lo sia mai stato prima. Ma al netto di ogni “beneficio”, accesso e possesso non sono sinonimi, ma restano due concetti ben diversi. Così come quello dell’acquirente e del debitore.

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