Deadly Premonition 2: a Blessing in Disguise – Recensione (Nintendo Switch)

2: a Blessing in Disguise è un bellissimo disastro proprio come il suo prequel.
Questo è il primo pensiero che potrebbe far capolino nella mente di chi lo porterà a termine, a patto che abbia amato Greenvale con tutti i suoi problemi.

Il primo Deadly Premonition è un gioco particolare: quando uscì, nel lontano 2010, era già vecchio tecnicamente. Fece sorridere per il suo aspetto legnoso, per la musica fuori posto e per l’appariscente nonsense. Il videogiocatore meno attento quindi lo relegò senza pensarci nel cestone virtuale dei giochi “trash”, quella roba che non vale nemmeno la pena provare. Tutt’al più gli si riconosceva lo status di “brutta copia di Twin Peaks“.

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Con il tempo però, qualcuno si è accorto che dietro all’aspetto clunky si nascondeva un gioco niente male. Sia nei suoi sistemi che, soprattutto, nella scrittura, nelle atmosfere, nei richiami culturali e nelle tematiche affrontate.
Scavando nel profondo si può infatti vedere un titolo dalla forte personalità che, seppur palesando la sua ispirazione alla serie TV ideata da Mark Frost e David Lynch, raggiunge le proprie personali conclusioni e atmosfere.
Ormai è diventato un piccolo cult, apprezzato da moltissimi appassionati che amano il suo folle autore Hidetaka Suehiro, conosciuto con il nickname Swery 65.

Dopo le versioni e Xbox 360, approdò nel 2013 su PC e, nel 2019, su Nintendo Switch (ad oggi, probabilmente la miglior versione disponibile). Nello stesso anno venne annunciato a sorpresa il suo seguito, proprio in esclusiva per la console ibrida Nintendo: Deadly Premonition 2: a Blessing in Disguise.

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Swery in questo progetto è stato affiancato nella scrittura dal suo amico Kenji Goda, che ha collaborato con lui anche nel primo capitolo e in D4: Dreams Don’t Die. Quindi è lecito aspettarsi atmosfere simili ai giochi sopracitati, che si riallaccino al così detto “Sweryverse.

Il contesto, tra prequel e sequel

L’intera vicenda del gioco si svolge su due linee temporali distinte: una ambientata nel 2005 a Le Carré, una cittadina fittizia della Louisiana, mentre la seconda prende vita nel 2019 a Boston. Deadly Premonition 2: a Blessing in Disguise è quindi, di fatto, sia un sequel che un prequel del primo capitolo.

Il gioco inizia nel 2019, ben nove anni dopo i fatti di Greenvale. Zach ormai non è più in compagnia del suo più fidato amico York. Come sappiamo, i due si sono salutati definitivamente al termine del primo capitolo. Ora Francis Zach Morgan vive da solo, in un appartamento squallido di Boston, circondato da film in , libri e cartoni di pizza sporchi. La sua salute è cagionevole ed è fortemente invecchiato. Il prologo si apre con due nuovi personaggi: Aaliyah Davis e Simon Jones, agenti FBI che stanno investigando su un particolare caso strettamente correlato alle vicende vissute da York nel 2005, proprio a Le Carré.

I racconti di Zach quindi fanno da ponte tra le due linee temporali, dividendo il gameplay in due sezioni ben distinte in termini di atmosfera e giocato. Nel 2019 saremo chiamati a interpretare Aaliyah Davis, cercando di fare le giuste domande a Zach; mentre nel 2005 saremo nei panni di Francis York Morgan, appena giunto a Le Carré per investigare su un caso di omicidio. Nelle battute iniziali saremo affiancati da una giovane assistente, la piccola Patricia Woods, la quale ci darà consigli e indicazioni sulla singolare cittadina.

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Nuovo capitolo, vecchi problemi

Togliamo subito il dente: a livello tecnico Deadly Premonition 2: a Blessing in Disguise è un vero disastro.

Il gioco ha delle gravissime carenze: il frame rate nelle fasi open world è pessimo, c’è stuttering costante e il pop up degli elementi a schermo è molto aggressivo. La situazione migliora leggermente negli ambienti chiusi, dove si svolgeranno la maggior parte dei combattimenti. Non di rado può capitare di ritrovarsi bloccati da qualche bug nelle interazioni con gli NPC, che ci costringerà a riavviare il gioco e riprovare a superare il blocco. Per fortuna il sistema di salvataggio automatico potrebbe venirci incontro, e non sarà necessario rigiocare grosse sezioni. Confidiamo comunque che questi problemi vengano quantomeno attenuati da future patch.

Il dettaglio grafico generale è molto basso, l’antialiasing è praticamente assente, e la tipica “seghettatura” dei modelli diventa molto forte in versione docked. In modalità portatile le cose migliorano sensibilmente: il piccolo schermo della Switch restituisce un’immagine più pulita anche se forse un po’ troppo scura. Anche il framerate trae beneficio in versione portable, anche se resta sempre incostante e pieno di cali.

I modelli dei personaggi non sono molto dettagliati, ma lo stile quasi in cel shading è gradevole nei volti (i quali, rispetto al primo capitolo, sembrano meno spenti e “plasticosi”). Questo per quanto riguarda i personaggi principali, mentre i pochi passanti che troveremo in giro sono dei veri e propri bambolotti, spesso immobili e inerti.

Come accennato, il giocatore sarà accompagnato da un’aiutante. La ragazza in questione si compenetrerà di continuo con l’ambiente, si bloccherà tra i diversi ostacoli e si teletrasporterà istantaneamente non appena ci allontaneremo troppo con lo skateboard.

Le singolari musiche, secondo noi, sono meno ispirate rispetto al primo capitolo. Sebbene un paio di OST ci si siano infilate nella testa proprio come con la famosissima Life is Beautiful, che ci accompagnava nell’esplorazione di Greenvale. Peccato che anche qui i problemi tecnici non manchino: qualche volta è capitato che la musica si incantasse per poi riprendere dopo un caricamento, o una qualche interazione con l’ambiente o gli NPC.

Insomma, rispettando ormai la tradizione di famiglia, il comparto tecnico è pessimo, pieno di problemi sia in termini di fluidità che in termini estetici.

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Un passo in avanti, due indietro

Il gameplay di Deadly Premonition 2: a Blessing in Disguise funziona quasi a compartimenti stagni: combattimenti, minigiochi e investigazione nell’open world.

Il combat system ha subito un intero restyling rispetto al primo capitolo. Nel primo Deadly Premonition presentava meccaniche estremamente legnose, prive di qualsiasi tecnicismo, imprecise e limitate.
In questa seconda iterazione si è cercato di rendere il tutto più variegato e dinamico, aggiungendo qualche elemento parametrico e un pizzico strategia, anche se la difficoltà rimane bassissima, con delle boss fight praticamente prive di qualsiasi forma di sfida.

York ha a disposizione delle manovre in più rispetto alla vecchia avventura: sarà possibile schivare lateralmente, in avanti o all’indietro. Si può sparare anche da abbassato, effettuare una combo melee tra calci e pugni, ed inoltre c’è la possibilità di caricare un colpo di pistola molto potente, che aggancia più nemici contemporaneamente consumando una speciale barra dedicata.
Durante gli scontri poi, si possono subire degli status negativi, come paralisi o avvelenamento. La prima ci impedisce randomicamente di sparare o caricare, mentre la seconda ci toglie un po’ di punti vita costantemente nel tempo.

L’unica arma di York può essere caricata con diverse tipologie di proiettile e, interagendo con dei santuari, si possono applicare dei potenziamenti che ne innalzano le caratteristiche, come mira, potenza o gittata. È possibile creare fino a tre set intercambiabili in tempo reale, e questo permette di cambiare lo stile dell’arma in base al nemico che ci si parerà davanti. Peccato solo che la varietà di nemici sia molto bassa. Principalmente ci troveremo a combattere scoiattoli, alligatori, api e cani. Poi, al calar della notte, verranno fuori i nemici più temibili, giusto in tre varianti.

Niente di particolarmente originale, sia chiaro, però il sistema funziona e, anche se non è rifinito, rende le scorribande nell’otherworld abbastanza divertenti seppur generalmente ripetitive.

I minigiochi sono quattro: Rimbalzello, dove dovremo lanciare pietre negli specchi d’acqua cercando di fare più rimbalzi possibili; Corse di Skateboard, dove completare un percorso a ostacoli entro un tempo stabilito; Bowling, con la possibilità di scegliere il peso della palla, la potenza e l’effetto; Idroscivolante, delle sezioni di rail shooter a bordo di un’imbarcazione.

Questi minigiochi, praticamente, saranno le uniche attrattive che propone Le Carré. Troveremo poi un pub e poco altro da fare. Infatti, la vera nota dolente nel gameplay è la drastica diminuzione della vita cittadina.

Il sistema di routine dei personaggi è molto grezzo, ricco di imprecisioni tecniche e bug. Seguire un NPC per cercare di scoprire i suoi segreti potrebbe risultare estremamente tedioso, è facile che quest’ultimo si blocchi nel bel mezzo del nulla e non si muova finché non si fa scorrere il tempo rapidamente fumando una sigaretta. Ed è normale vederli compenetrare interi edifici e svanire nel terreno.

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Come se non bastassero i problemi tecnici, tutto il sistema open world è stato notevolmente ridimensionato rispetto a quello che abbiamo visto nel 2010. La cittadina è più piccola e spenta: non sarà più possibile sbirciare dalle finestre delle case dei cittadini, gli edifici visitabili sono pochissimi e la navigazione è relegata solo al fedele skateboard (con il quale è possibile imparare una manciata di trick seguendo una quest).
Niente più , niente rifornimento di benzina, attivazione dei tergicristalli e delle frecce. Le Carré è semi deserta. A volte assume le sembianze di una città fantasma, seppure rivestita da una palette di colori più vivace rispetto a Greenvale.

Ritornano dal primo capitolo i parametri di fame e sonno (sempre facilmente gestibili). C’è il cambio d’abito e relativo insudiciamento dello stesso, ritorna la crescita dinamica della barba, la comparsa di cattivo odore se non si fanno docce periodiche e si rivedono le missioni scandite dall’orologio interno al gioco. In più sarà possibile beccarsi un raffreddore e ubriacarsi. Tutti elementi di richiamo alla simulazione vecchio stile, un po’ come ad approfondire il discorso iniziato nel lontano 1999 con Shenmue.

Il quest system è strutturato in modo tale da farci vivere a pieno la cittadina di Le Carré.
Le missioni, sia principali che secondarie, richiedono che il giocatore sia in determinati punti ad una determinata ora di un determinato giorno per proseguire.
Pertanto ci ritroveremo a programmare la nostra giornata in modo tale da incastrare quante più missioni possibile nell’arco delle 24 ore. Gli incarichi secondari sono spesso collegati tra loro, e la ricompensa di una quest potrebbe essere la chiave per procedere in un’altra.

“La pizza non ti tradirà mai. Quindi devi fidarti!”

Il legame che unisce le missioni non segue un filo logico chiaro e facilmente intuibile, ma fa riferimento alla “sensibilità metafisica” di York. Come nel primo capitolo, le investigazioni si basano su collegamenti che trascendono la logica concreta. Si procede per ragionamenti bizzarri e geniali: indizi nel caffè, chiacchierate con i quadri, consigli dalla pizza et similia.

Molte meccaniche, come la decriptazione dell’oracolo (una sezione in cui York chiede al giocatore di aiutarlo a capire dove andare per procedere), hanno un valore ludico nullo. Durante la scelta della direzione da prendere York ci suggerirà cosa fare, e se ci dovessimo sbagliare non succederebbe niente. Nessuna penalità, nessun cambiamento o bivio narrativo.

Sono situazioni costruite per esaltare la collaborazione tra Zach (il giocatore) e York, costruendo empatia tramite i ragionamenti bizzarri di “investigazione metafisica”. Al contempo si sviluppa il personaggio principale e si crea la messa in scena dei processi mentali fuori dal comune che lo contraddistinguono. Tali processi saranno man mano assimilati dal giocatore che, se si lascerà trasportare, verrà condotto in un vortice estremamente bizzarro di situazioni, eventi e simbolismi.

Insomma, l’incedere della trama segue un filo logico fuori dal comune, e necessita di una sensibilità particolare per poter essere compreso e assimilato. Se non si riuscirà ad entrare nei meccanismi mentali di Francis York Morgan le soluzioni narrative potranno risultare ridicole e insensate.

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Swery 65 ed i suoi pazzi amici

Quello che sicuramente un fan del primo capitolo cerca è l’eccentricità dei personaggi legata ad una narrativa stramba sì, ma ricca di tematiche mature, infarcite di stranezze e scene memorabili.
Siamo nel e nel Bizarro Fiction, siamo dalle parti di Lynch, di Cronenberg, Jodorowsky e di Carlton Mellick.

La cultura pop e postmoderna permea l’intero gioco. La quantità di citazioni al cinema è spaventosa e ricercata. C’è addirittura una sub-quest che richiama in continuazione la serie di film Karate Kid, o un’arma che ricorda direttamente Videodrome di Cronenberg.

Ma non ci sono solo citazioni ed atmosfere folli: ci sono personaggi sfaccettati che man mano riveleranno i loro più profondi segreti, mostrando dei lati umani e dei problemi concreti ed attuali. Si discuterà di famiglia, sia quella di sangue che quella acquisita, di tossicodipendenza, d’identità di genere, di adorazione religiosa e di stili di vita culturalmente chiusi come quelli rurali dell’America del sud.

Dietro l’apparente nonsense e dietro le stramberie c’è una storia da raccontare, dei temi da affrontare e delle conclusioni per niente banali. Swery ha già dimostrato che sa scrivere personaggi e storie, e anche se la struttura portante vacilla, i suoi messaggi sono forti e chiari.

Se cercate un gameplay rifinito ed estremamente divertente insomma statene alla larga. Se invece siete disposti a passare sopra ai numerosi inciampi tecnici, questo è il modo migliore per vivere delle atmosfere uniche. Vi ritroverete a girare Le Carré in compagnia di personaggi davvero eccentrici ed originali.

La trama partirà come un semplice caso di omicidio, ma ovviamente, si evolverà in un intreccio molto più complesso che si ricollegherà fortemente agli eventi del 2019 e completerà la storia intricatissima vista nel primo Deadly Premonition, chiarendo alcuni passaggi lasciati a metà.

In conclusione, possiamo affermare che Deadly Premonition 2: a Blessing in Disguise non sia un bel gioco. Il titolo è pieno di problemi tecnici, di meccaniche poco approfondite e ha un ritmo un po’ sballato.

Ha però quella scintilla, la stessa scintilla che aveva il primo capitolo, quel bagliore che si nasconde dietro ad un diamante estremamente sporco e rovinato. Se riuscirete a grattare la sporcizia e il fango, forse, potreste riuscire a scorgere la bellezza di questo piccolo grande prodotto.