Maid of Sker – Recensione (PS5): L’horror gallese in versione next-gen

Maid of Sker, senza mezzi termini, è una storia di fantasmi e vecchie case infestate. Di quelle belle per giunta, dal retrogusto antico e mai uscito di moda. Chiunque abbia un pelo di dimestichezza con la leggenda originale sa benissimo cosa dovrà aspettarsi da questo horror: una ragazza intrappolata nella stanza più remota della torre più alta, per esempio, ma anche tantissimi pericoli sovrannaturali che ci separeranno dalla sua liberazione.

La premessa è quanto di più classico ci sia, e forse è anche per questo che funziona così bene. Una lettera d’aiuto, un viaggio improvviso, un albergo abbandonato e dimenticato da Dio in cui solo il vero amore può spingere a non arrendersi. Per quanto Maid of Sker si basi sul vero folklore inglese, il gioco offre comunque una rivisitazione tutta sua, mantenendo intatto il fascino dei racconti originali e offrendo ai più acculturati numerose sorprese lungo il cammino.

Ci vorrà poco per accorgersi che, in questo vecchio e silenzioso albergo, c’è qualcosa che non va. I proprietari del luogo, ormai deformi e ciechi, hanno fatto partire una vera caccia all’uomo: chiunque incroci il loro cammino è destinato a una fine terribile e dolorosa. Il nostro compito? Raggiungere la nostra amata muovendoci per gli infiniti androni dell’edificio, risolvendo enigmi ambientali, trovando oggetti per poter proseguire e, ovviamente, evitando nella maniera più furba possibile tutte le minacce che ci si pareranno davanti.

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La maledizione di Maid of Sker, purtroppo, è che non riesce a funzionare granché come videogioco. Per quanto gli sviluppatori abbiano azzeccato estetica e atmosfera (tranquillamente annoverabili tra le migliori che abbiamo visto negli ultimi anni in questo genere), i compromessi a cui si è scesi per donargli anche un gameplay finiscono per distruggere quanto di buono è stato fatto. Il suo tentativo di essere “un gioco completo”, insomma, lo allontana da quella perfezione di ritmi, passi cadenzati e oppressione che trasmette nei momenti più tranquilli, cascando in quello che è l’errore più comune che un horror poco coraggioso può commettere: trasformare le sue meccaniche in routine.

I nemici che popolano gli ambienti non possono vederci, ma ci sentono forte e chiaro. Il silenzio è la meccanica intorno al quale gira l’intero gameplay (e anche la narrativa, curiosamente), ed è nostro compito cercare di viaggiare da un luogo all’altro non causando mai il minimo rumore, anche a costo di camminare in piena vista. Con l’apposito tasto potremo trattenere infatti il respiro, anche se per un periodo limitato di tempo. Muoversi nelle arene è quindi questione di attesa e tempismo, ma anche di intelligenza: generare un forte rumore da un lato, ovviamente, finirà per spostare l’attenzione degli avversari in maniera strategica. Stealth 101, direbbe qualcuno, e dobbiamo concordare.

Il problema principale è che questa anima giocosa va a cozzare largamente con tutto ciò che cerca di raccontare: gli stessi nemici fanno molta più paura quando sono solo accennati, piuttosto che quando ispezionano la zona con le ronde più basiche del mondo. Presto, l’intero gameplay diventa una lenta risoluzione di stanze/puzzle, anche piuttosto banali, e ci vorrà davvero poco per rendersi conto che forse sarebbe stato meglio abbandonare a piè pari ogni struttura ludica per concentrarsi unicamente su quella orrorifica.

L’horror è un genere personale, anche troppo. E diventa doppiamente personale quando lo si espande con dell’interazione, come accade in un videogioco. Mantenere l’attenzione alta per così tante ore senza rischiare di diventare troppo “giocosi” è, forse, il più grande compromesso che ogni videogioco di genere deve accettare. Basti pensare anche ai recenti , forse la summa moderna del genere, sempre pronti ad abbandonare i ritmi più compassati (nonostante i buoni propositi iniziali) per armare il protagonista con i cannoni di ogni calibro esistente.

Molto gradevole alla vista e largamente migliorato rispetto alla versione old gen, Maid of Sker si impone anche come un horror dall’estetica estremamente delicata, senza esagerazioni, fatta di luci e ombre ben studiate e di numerosissime sezioni ad alta tensione basate su audio e aspettative funeste.

Peccato che le sue due non finiscano mai per combaciare, e che il vero terrore sia presente, per assurdo, solo quando non accade niente. Tolto il velo dello spavento implicito, si finisce per alzare gli occhi al cielo quando ci viene sbattuto in faccia, e la magia svanisce. La soluzione, in questo caso, sarebbe forse stata quella di fare un gioco più contenuto e accontentando pochi, piuttosto che arraffare idee a destra e a manca (male) senza accontentare nessuno.

Nonostante ciò, Maid of Sker resta un gioco consigliato a chiunque cerchi un racconto dell’orrore classico ma sempreverde, oltre che un’estetica delicata ma di fortissimo impatto. Il gioco vero e proprio gli è più di intralcio che altro, ma se siamo riusciti a chiudere un occhio noi, non è scontato non possiate riuscirci anche voi. Occasione mancata, vero, ma comunque dalla forte personalità. A prescindere dal voto, dategli comunque uno sguardo.