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Neo-Geo AES e il business della nostalgia

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In termini puramente ideologici, il Retrogaming rappresenta un movimento attraverso il quale gli appassionati preservano il patrimonio culturale della storia videoludica. Collezionare cartucce, recuperare hardware fuori produzione o restaurare vecchie console evidenzia, in tal senso, un forte legame emotivo col passato che si completa in un’opera archeologica dal taglio quasi archivistico. Che ci si creda o meno, le pressioni del mercato hanno finito tuttavia per sconfinare anche in questo settore, nel tentativo di trasformare anche ricordi e nostalgia in un modello di business. A battezzare quella che, in caso di successo, potrebbe ben presto trasformarsi in un’epidemia di resurrezioni, ci ha pensato la rediviva SNK a trazione saudita, che si appresta a riportare Sua Maestà il Neo-Geo sugli scaffali dei negozi come se gli ultimi quarant’anni non fossero mai trascorsi.

A trasformare questo ritorno in un evento non è stata, chiaramente, la semplice volontà di riesumare il progetto in forma di miniatura celebrativa come fatto in passato da Sega o Nintendo, bensì la pretesa di riproporre quello che fu il pacchetto originale in scala 1/1… Con tanto di parallela commercializzazione della rispettiva libreria software stipata in cartucce singole da ottanta euro l’una. Sebbene i rispettivi fautori ci tengano ad allineare quest’operazione ai più nobili valori del culto dei classici, resta tuttavia difficile credere che dietro di essa non si nasconda una spregiudicata formula di monetizzazione del ricordo. E non c’è bisogno di essere chissà quanto maliziosi per intuirlo.

La clonazione della memoria

Per la prima volta il retrogaming si appresta così ad infrangere i confini della sfera collezionistica per trasformarsi in una proposta commerciale strutturata e costruita, scientificamente, intorno al concetto di clonazione. Della SNK che sbancava le sale giochi di mezzo mondo a cavallo tra la fine degli anni ’80 e il decennio successivo rimane, del resto, così poco da delegittimare all’istante il pensiero che quest’affare sia davvero il Neo-Geo. Perché, vedete, non basta replicare un chassis di plastica e la relativa circuiteria per riportare in vita un sistema. Le console più amate hanno difatti un’anima proprio perché indissolubilmente legate al momento storico e al tessuto socio-culturale in cui videro la luce. Sradicarle dal rispettivo vissuto per gettarle in pasto al mercato attuale non è pertanto diverso da riesumare una salma sperando che nessuno si accorga che la persona che l’abitava un tempo non esista più. Forse perché annebbiato da un ottimismo evidentemente fuori luogo, avevo supposto che gli estremi del trucco fossero troppo palesi per passare inosservati agli occhi degli appassionati. Ma i pre-order certificano l’esatto contrario: numeri alla mano, sembra che i più non siano affatto turbati dalla prospettiva di investire in un falso d’autore. Anzi, in giro è facile incontrare chi si dichiara persino soddisfatto dall’idea di acquistare la cartuccia di un titolo prodotto trentacinque anni fa al prezzo di un qualsiasi Resident Evil Requiem… A maggior ragione se gli fai notare che è possibile acquistare legalmente tutto il catalogo SNK sugli e-store Nintendo, Sony e Microsoft pagando ogni titolo a soli 6,99 Euro. Fermo restando che ognuno sia assolutamente libero di investire i propri soldi come preferisce e credere a Babbo Natale, a preoccuparmi di più sono le possibili conseguenze di questo successo, giacché sappiamo come funziona il nostro settore. Qualora tutto andasse come previsto, il Neo-Geo AES diventerebbe il paziente zero di una terrificante Alba dei Morti Viventi in edizione hardware che, dopo aver coinvolto i principali brand di settore potrebbe culminare col ritorno in scena di revenant che Nemesis levati. Parlo di Amiga CD 32, Atari Jaguar e 3DO: sacrifici umani, cani e gatti che vivono assieme, scenari da Vecchio Testamento e software vecchio di decadi venduto come nuovo.

Non si può comprare il passato

A costo di sembrare retorico e forse anche un po’ demodé, mi ritrovo a questo punto costretto da forza maggiore a reiterare un concetto che dovrebbe essere ormai di pubblico dominio e cioè che nessuna makumba, per quanto accurata, potrà mai riportarci indietro nel tempo. Perché puoi clonare un’arcade stick, puoi usare le medesime cartucce, gli stessi artwork e qualsiasi altro dettaglio annesso, ma non potrai mai riprodurre l’unico elemento chiave dell’intera esperienza, ovvero, il contesto.

Attenzione dunque ad alimentare l’illusione, perché ciò che vi porterete a casa acquistando questi prodotti non vi restituirà le emozioni che provavate a quindici anni, né saprà spiegare a chi non c’era come ce la passavamo negli anni ’90. Cosa ancor più rilevante, non contribuirà neanche a nobilitare il culto dei classici, perché il suo scopo reale è quello di nutrire una bolla commerciale al di là dello spazio e del tempo, in cui sbiaditi ricordi rimessi in vendita per far quadrare bilanci danneggiati da iniziative commerciali scriteriate, produzioni maldestre ed ogni altro errore figlio a questa isterica deriva capitalista.

Guai pertanto a parlare di resurrezione come se stessimo per svegliarci di Lunedì in Albis. L’unica parola davvero calzante è simulazione: una realtà sintetica scaturita da una rappresentazione contemporanea del passato, costruita per apparire autentica, ma inevitabilmente filtrata dalle logiche commerciali del presente. E il fatto che questa filosofia produttiva possa prendere piede rappresenterebbe il più imbarazzante dei paradossi: quello di un’industria nata per inseguire il futuro che, riscoprendosi ormai incapace di immaginarlo, si riduce a monetizzare la nostalgia di ciò che era un tempo.

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