
Davvero curioso, il mercato videoludico moderno. Ma, in realtà, possiamo espandere il discorso anche oltre e trovare del curioso un po’ in tutto. L’odio sembra ormai essere parte integrante di ogni parere, di ogni discussione, di ogni scambio di idee sulla rete. Siamo in un’epoca dove si sputa nel piatto in cui si mangia più per sport che per pretesa di effettivi miglioramenti; le perle infangate, ironia della sorte, vengono poi ciclicamente riscoperte quando il bersaglio di questo odio passa su qualcos’altro.
Wolverine è solo l’esempio di oggi, in attesa che il treno della vergogna si sposti sul malcapitato di domani, ma potremmo farne uno o due al mese. Il rumore negativo non può trovare alcun spazio in una recensione ma, lo ammetto, mi ha fatto avvicinare a questo Marvel’s Wolverine con un po’ di paura e anche disillusione. Da un lato, so benissimo che Insomniac non ha mai sfornato veri e propri capolavori. Vero, non parliamo certo di un gruppo di underdog, ma la loro arte è sempre stata quella di impacchettare belle esperienze a velocità disumane, di essere costantemente impegnati sulla ‘next big thing’.
Insomniac è affidabile, precisa e senza alcuna impossibile ambizione. Ti spara fuori prodotti di mestiere, che non spostano di chissà quanto le proverbiali asticelle qualitative, ma si riconferma continuamente maestra del proprio artigianato. Infine, è anche uno dei team più poliedrici in casa PlayStation, oltre che tra i più prolifici.
Il passaggio dall’uomo ragno all’artigliato ghiottone era tanto atteso quanto chiacchierato: del resto, si passava da un eroe padrone della terra e del cielo a un nanetto nerboruto famoso – almeno nei salotti dei più ignorantelli – solo per la furia cieca e gli smembramenti.
Marvel’s Wolverine e l’impronta di Insomniac
Partiamo subito dall’elefante nella stanza e togliamoci il dente. Poco fa, ho detto che da Insomniac non ci si aspetta miracoli ma affidabilità, precisione e divertimento, spesso senza grosse pretese. Ebbene, dopo aver finito in largo anticipo questo Marvel’s Wolverine grazie a un codice fornito da Sony, ho trovato esattamente – rullo di tamburi – questo. Un gioco affidabile, preciso, divertente e senza alcuna particolare ambizione.
I paragoni con Marvel’s Spiderman, trilogia precedente, sono un po’ scorretti ma arrivano comunque quasi inconsciamente. I due giochi non si somigliano moltissimo una volta che li si approfondisce, ma un vago senso di familiarità aleggia comunque nell’aria. Non c’è nulla di male, sia chiaro: è normale che l’impronta di un gruppo di artisti sia in qualche modo riconoscibile anche quando salta su progetti differenti, quasi come fosse una traccia di DNA che fatica ad andar via.
Un ritorno all’azione lineare
La rapidità dell’azione, il ritmo della vicenda, il perenne ping pong tra momenti bombastici e spaccati più intimi è tutto ciò che ha reso lo Spider-Man di Insomniac così memorabile. E Wolverine, lo diciamo fin da subito, viaggia sulla stessa identica linea d’onda.
La differenza più grande è il suo approccio al mondo di gioco e, di conseguenza, la maniera si pone verso gli avvenimenti. Wolverine è molto più lineare di Spider-Man, che a sua volta era un open world già di per sé molto più povero e diretto di tanti altri. Qui, l’obiettivo è sempre quello di andare da un punto A a un punto B seguendo un percorso predefinito, allo stesso tempo ripulendo arena dopo arena dalle eterogenee orde di cattivoni assetati di sangue.
È un po’ come se il team di sviluppo avesse preso tutto ciò che di impattante c’era nelle avventure di Peter Parker e Miles Morales e avesse cancellato ogni tempo morto d’inframezzo, compresi spostamenti tra grattacieli e missioni secondarie.
Marvel’s Wolverine, sotto questo aspetto, è quasi un ritorno alle origini dei giochi d’azione 3D. Si presenta come un gioco fieramente anacronistico, bloccato in un limbo che ha il retrogusto di un’altra epoca. Se si accetta il suo limite autoimposto, si è già sulla buona strada per apprezzarlo per quello che è: un ottovolante di botte, scene d’azione indimenticabili, violenza inaudita e zero compromessi sui riempitivi.
Anche quando rallenta, che sia per motivi di trama o anche già solo per richiedere un approccio più silenzioso, non lo si percepisce mai lento per davvero. A parte rarissimi casi, non gira mai in tondo su contenuti filler, non richiede mai di ripetere due volte la stessa azione, non ci getta mai in situazioni identiche tra loro.
A un certo punto, ci si rende conto che va quasi fiero della sua esperienza su binari, come volesse andare incontro a tutti quei giocatori che mal sopportano gli allungamenti artificiali delle opere moderne.
Il miglior combat system di Insomniac?
Detto questo, viene automatico capire che la stragrande maggioranza del gameplay di Marvel’s Wolverine gira intorno al suo sistema di combattimento. Quando non ci si acquatta nell’erba, quando non si scarpina per i corridoi di basi super-segrete per chiacchierare con altri mutanti o quando non ci si arrampica, si falciano orde infinite di umani, cyborg e amenità di ogni tipo.
La domanda quindi sorge spontanea: riesce Logan a trasformare queste mazzate nel suo punto d’acquisto principale, un po’ come Spider-Man ha fatto col suo sublime sistema di traversata con la ragnatela?
Sì, per larga parte. Quello di Wolverine è sicuramente il miglior combat system che Insomniac abbia mai progettato a oggi, per quanto la concorrenza nel loro curriculum non sia così agguerrita. Tra l’altro, è anche difficile spiegarne il feeling a parole, perché è uno di quei casi in cui provarlo pad alla mano restituisce sensazioni molto migliori che guardarlo in un qualsiasi video.
Combattimenti aggressivi tra parry e Rage Mode
Sulla superfice, l’approccio non è così diverso da quello di Spider-Man: si hanno i tasti per l’attacco leggero e pesante, uno per proiettarsi velocemente su un nemico, il parry per deflettere ogni attacco (o quasi) e la schivata.
La verità è che, soprattutto se giocato a difficoltà più alte, Marvel’s Wolverine è quanto di più vicino abbiamo al connubio perfetto tra spettacolarità e tecnicismo: i combattimenti sono aggressivi come non mai, e richiedono pensiero veloce tanto nell’offesa quanto nella difesa.
I nemici sono capaci di attaccare in contemporanea anche in larghi gruppi, togliendo definitivamente l’effetto ‘fila alla posta in attesa del numerino’, e il Game Over può arrivare davvero velocemente se ci si fa accerchiare senza un vero piano di fuga.
Interessante che ogni strumento di difesa sia, a conti fatti, un attacco; in questo senso, il gioco premia l’aggressività e la fantasia, con una barra che continua a salire se uccidiamo i nemici con violenza o con tecniche situazionali. Impalare i cattivi sui calcinacci, gettarli in pozze di metallo fuso, triturarli in combinazione col mutante che ci sta affiancando, ci permette di sbloccare tecniche sempre più furiose, culminando in rigenerazione velocizzata, in possibilità di risorgere al primo atterramento e nell’immancabile Rage Mode da bagno di sangue.
Logan non ha sensi di ragno che gli anticipano quando un nemico lo punta, quindi deflettere ogni attacco è davvero solo questione di prontezza e riflessi. Negli uno contro uno più sentiti, come ad esempio gli scontri con i boss, è quasi più vicino a un Sekiro che a Spider-Man stesso.
Mai come in questo caso, l’attacco è la miglior difesa, e agire prima che siano gli altri a placcarci ci mette velocemente in situazioni di vantaggio che, combinate con proiezioni verso l’alto, colpi caricati, super-mosse ad area, trapanate stordenti, calci rompi-guardia e la possibilità di riscaldare gli artigli con le fonti di calore sparse in giro, creano una danza di morte appagante da vedere tanto quanto da giocare.
Le animazioni sono perfette, il peso dei colpi si sente fino in fondo e azzeccare strategie vincenti in pochi millesimi di secondo dona una soddisfazione che va davvero provata per essere capita.
Durata, ritmo e rischio ripetitività
Per essere un gioco lineare, Marvel’s Wolverine è in realtà piuttosto lungo. Ci abbiamo messo più di quindici ore per arrivare ai titoli di coda; ore destinate ad allungarsi ulteriormente se si punta ai collezionabili, al completismo di tutte le sfide extra e al raggiungimento del finale segreto.
Il contraccolpo lo subisce però il gameplay stesso che, per quanto ben progettato, non ci è sembrato tenere botta per tutta la sua durata, sfociando in una ripetitività nelle battute più avanzate che poteva essere evitata tagliuzzando via un paio di capitoli.
Sotto questo aspetto, è palese che il gioco smetta di evolversi verso i tre quarti della storia, e che un minimo di profondità in più e qualche ulteriore introduzione avrebbe giovato anche nel farlo sembrare meno bidimensionale sul lungo termine.
Un Logan brutale, ma anche umano
La cattiveria e crudezza del combattimento si traslano anche nella narrativa, facile da sottovalutare ma che, con i giusti tempi, è capace di calare altrettanti assi a sorpresa sul tavolo. Il Logan protagonista di questa avventura ha tutti i tratti che l’hanno reso famoso su carta e sul grande e piccolo schermo: tarchiatello, bestiale e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi omicida.
Che sia su un campo di battaglia faccia a faccia con un’arcinemesi o pedinando una preda ignara come il gran cacciatore che è. Marvel’s Wolverine, in questo senso, vive di due anime ben distinte: è stracolmo di sequenze spettacolari, tanto in-game quanto scriptate, che si susseguono a ritmi che quasi sembrano impossibili.
La magia della linearità è anche quella, del resto. Si assapora nuovamente la sensazione da filmone interattivo che porta alla mente più i tempi degli originali Uncharted e God of War che quelli dei giochi moderni. Giochi moderni che offrono spesso mappe enormi, attività su attività, ma che perdono per strada pezzi di ritmo e varietà.
Wolverine si rivolge sicuramente a un pubblico più adulto di quello supereroistico medio, e le differenze con Spider-Man sono palesi anche qua. Non vedevamo un gioco Sony così fiero di mostrare decapitazioni, smembramenti e mutilazioni dai tempi della saga greca di Kratos.
Lo stesso Logan viaggia costantemente tra varie esperienze pre-morte che quasi costringono a voltare lo sguardo, tanto sono cruente. Non vogliamo anticiparvi nulla, ma chiunque pensava che non potesse esserci una crudezza degna del personaggio in un gioco moderno, cambierà idea quando vedrà Logan ridotto a ossa e muscoli scoperti in ben più di una scena.
Una crudezza che non è solo mero spettacolo, considerato come la sua seconda anima sia proprio quella più umana. È infatti quasi sorprendente la forbice su cui questo Logan viaggia, e quanto velocemente si passa da inseguimenti da puro testosterone a momenti più tranquilli, intimi e traboccanti di pura dolcezza. Questo Logan fa quasi pietà per quante gliene succedono.
Una storia tra X-Men, odio e sacrificio
Il cameratismo, i tradimenti e persino gli amori son tutti ben delineati e piazzati. Non tutte le sequenze sono narrativamente perfette per ritmo ed esposizione, ma alla fine della fiera si esce dall’ottovolante comunque pienamente soddisfatti.
Ciò che doveva essere chiuso viene chiuso bene, e ciò che doveva restare aperto rimanda all’ormai ovvio seguito. Il protagonista funziona, i comprimari principali anche e il cattivo principale è tanto diabolico con i superpoteri quanto con la lingua.
Le implicazioni politiche di alcune vicende ben si sposano con la morale che gli X-Men ha sempre portato avanti: c’è chi ha paura del diverso, e chi invece è così fiero di esserlo da voler primeggiare su chiunque altro. C’è odio, c’è senso di colpa, c’è eugenetica, c’è lotta per la difesa della ‘razza superiore’, e c’è un Logan in mezzo alle due fazioni che è disposto a perdere tutto e sacrificarsi di continuo pur di fare la cosa giusta per gli altri.
Non tutti i personaggi secondari hanno il giusto spazio e qualche dibattito viene aperto e chiuso troppo velocemente, ma nessuno di questi inciampi riesce a cancellare ciò che di buono porta avanti fino al soddisfacente finale.
Un viaggio spettacolare intorno al mondo
Le prove attoriali sono magistrali, proprio come ci si aspetterebbe da una produzione tripla A di Sony, e non c’è ambientazione o sequenza che non sia stata curata fino all’ultimo pixel.
Che sia la giungla dell’Est europeo, i quartieri scintillanti di Kabukicho, un vulcano pronto a eruttare o le autostrade e favelas sudamericane: il viaggio intorno al mondo di Logan permette di lasciarci alle spalle ogni ambientazione nel momento in cui iniziamo ad averne abbastanza, e diversi archi narrativi verticali aprono molteplici parentesi che ci faranno scontrare contro un vasto assortimento di cattivi presi dalle storie più disparate.
L’amore verso il marchio è palese anche dalle innumerevoli citazioni sparse qui e lì, dalla storia che ogni costume sbloccabile si porta dietro e persino dal verso fatto ad alcuni famosissimi meme.
Per quanto quella di Marvel’s Wolverine sia una storia unica, le ispirazioni per alcuni plot point possono essere trovate in alcuni volumi molto precisi, e per i fan sarà uno spasso riconoscerle tutte. Aspettatevi anche qualche cambiamento a sorpresa del canon e alcuni colpi di scena impossibili da anticipare anche se si è appassionati di lunga data.
A dimostrazione, infatti, che Insomniac ha sí voluto essere fedele alle storie originali, ma allo stesso tempo se ne è distanziata per offrire qualcosa dall’impronta unica.
Marvel’s Wolverine: il verdetto finale
Alla fine della fiera, Marvel’s Wolverine non è né un gioco perfetto, né un gioco chissà quanto ambizioso. Pianta le sue radici in un modo di fare il videogioco che sembra essersi perso da un paio di generazioni, ma ha un retrogusto arcaico che – in un mondo strapieno di esperienze allungate all’inverosimile – sembra quasi una boccata d’aria fresca.
Il sistema di combattimento, punto focale del gameplay, restituisce buonissime vibes dall’inizio alla fine. E pur partendo da fondamenta già conosciute, si evolve in direzioni spesso sorprendenti pur mancando di capitalizzarci sul lungo termine.
La storia fa il suo lavoro e, seppur con qualche inciampo a causa di ritmi troppo elevati, riesce a racchiudere tutto ciò che gli X-Men hanno proposto di buono da decenni a questa parte. Qualcuno potrà dire che Marvel’s Wolverine nasce vecchio, e avrebbe ragione. Qualcun altro finirà per amarlo perché incapsula tutto ciò che di puro e buono i blockbuster videoludici avevano due o tre generazioni fa. E avrebbe ragione anche lui.
Il nostro parere definitivo? Che è stato bello godersi quindici ore di pura adrenalina, ritmo, sangue, azione, cuore e storie che non confondono quantità con qualità. E che, anche al netto degli oggettivi difetti, è giusto che ci sia spazio anche per esperienze più circoscritte.
Siamo certi che, per una buona fetta di appassionati, questo sarà davvero il gioco su Wolverine che aspettavano da una vita. A dimostrazione che, una volta ogni tanto, non è poi così sbagliato essere piccoli per puntare più in alto.










