
Ci sono videogiochi che riescono a costruire un’identità talmente forte da diventare inseparabili dai propri protagonisti. Per anni A Plague Tale ha significato Amicia e Hugo De Rune, due personaggi che hanno attraversato una Francia medievale devastata dalla peste, dalla paura e da un mondo nel quale anche un semplice fascio di luce poteva fare la differenza tra la vita e la morte. Dopo Innocence e Requiem, Asobo Studio avrebbe potuto continuare seguendo una strada già perfettamente tracciata. Con Resonance: A Plague Tale Legacy, invece, ha scelto di guardare altrove.

Questa volta la protagonista è Sophia, personaggio già conosciuto dagli appassionati della serie, ma qui mostrato in una fase completamente diversa della propria vita. Resonance è infatti un prequel ambientato circa quindici anni prima degli eventi di A Plague Tale: Requiem. Non rappresenta quindi un vero terzo capitolo della storia di Amicia e Hugo, bensì un nuovo tassello dell’universo costruito da Asobo Studio. Una scelta che permette agli sviluppatori di conservare il DNA della saga e, nello stesso momento, di modificare profondamente il modo in cui la si vive pad alla mano.
Dopo averlo giocato su PC, la sensazione è proprio questa: Resonance non prova a vivere soltanto del prestigio dei suoi predecessori. Prende alcuni degli elementi che hanno reso riconoscibile A Plague Tale, li rielabora e costruisce attorno a Sophia un’avventura con un ritmo e un’identità propri. Il risultato è uno dei progetti più interessanti realizzati finora da Asobo Studio.
Da Innocence e Requiem a un nuovo punto di vista
Per capire quanto Resonance rappresenti un cambiamento, vale la pena ricordare brevemente da dove arriva la serie. Nel 2019 A Plague Tale: Innocence raccontò il viaggio di Amicia e del giovane Hugo in una Francia medievale segnata dalla Guerra dei Cent’anni e dalla peste. Il gameplay puntava soprattutto sull’esplorazione, sullo stealth e sulla risoluzione di enigmi ambientali, mentre la luce diventava uno degli strumenti fondamentali per sopravvivere alle minacce incontrate lungo il cammino.
Con A Plague Tale: Requiem, pubblicato nel 2022, Asobo Studio ampliò quella formula in praticamente ogni direzione. Gli ambienti divennero più grandi, le possibilità offerte al giocatore aumentarono e il comparto tecnico raggiunse un livello decisamente superiore. La serie mantenne però intatta la propria anima: un’avventura fortemente narrativa, costruita sull’atmosfera e sulla capacità di far percepire costantemente la fragilità dei suoi protagonisti.
È proprio da quell’universo che arriva Sophia. In Resonance, però, la incontriamo molto prima rispetto agli eventi conosciuti. Non vogliamo aggiungere altro sulla trama, perché sarebbe inutile e rischierebbe soltanto di rovinare il piacere della scoperta. La premessa è più che sufficiente per comprendere il punto di partenza e, soprattutto, il gioco funziona benissimo quando lascia che sia il giocatore a mettere insieme progressivamente ciò che trova durante il viaggio.
Sophia cambia il ritmo di A Plague Tale
Il cambiamento più evidente riguarda il gameplay. Sophia non combatte come Amicia e, di conseguenza, Resonance non si gioca come i capitoli precedenti. La componente action assume un peso molto maggiore e gli scontri risultano più diretti, rapidi e fisici. Parate, schivate e attacchi entrano realmente al centro del sistema di combattimento, offrendo alla protagonista possibilità offensive decisamente più ampie rispetto a quelle alle quali la serie ci aveva abituato.
Questo non significa che Resonance diventi improvvisamente un action puro. Asobo conserva infatti quella necessità di osservare ciò che ci circonda prima di agire. Affrontare una situazione senza ragionare può ancora diventare un errore, mentre scegliere correttamente tempi e approccio rende gli scontri molto più soddisfacenti. È proprio questo equilibrio a funzionare: Sophia è più combattiva, ma il gioco non perde completamente quella sensazione di vulnerabilità che appartiene all’identità di A Plague Tale.
Anche lo stealth continua ad avere il proprio spazio. Non viene più percepito come l’unica strada possibile, ma rimane una parte importante della formula. In diverse situazioni è possibile valutare come procedere e scegliere se muoversi con prudenza oppure affidarsi maggiormente alle capacità offensive della protagonista. Questa libertà contribuisce a rendere il ritmo meno prevedibile e dona al gameplay una varietà che abbiamo apprezzato molto durante la nostra prova.
Esplorazione, enigmi e una direzione artistica magnificamente diversa
Accanto ai combattimenti rimangono naturalmente l’esplorazione e gli enigmi ambientali. Resonance invita spesso a rallentare, osservare ciò che ci circonda e comprendere il funzionamento degli scenari. Anche la luce continua ad avere un ruolo importante, mantenendo un legame evidente con una delle caratteristiche storiche della serie, pur inserendosi in un contesto visivo differente.
Una delle novità più interessanti riguarda infatti la nuova identità artistica. Gli elementi legati alla civiltà minoica, già presenti nella comunicazione pubblica del gioco, permettono ad Asobo Studio di allontanarsi dagli scenari ai quali eravamo abituati senza perdere completamente l’atmosfera della saga. Architetture, rovine, ambienti naturali e costruzioni antiche danno vita a panorami capaci di alternare fascino e inquietudine con grande naturalezza.
Preferiamo non approfondire ulteriormente questa parte. Ci sono elementi che funzionano proprio perché vengono incontrati senza sapere in anticipo cosa aspettarsi. Possiamo però dire che l’esplorazione è stata uno degli aspetti che più ci ha spinto a fermarci e osservare il mondo di gioco. Non semplicemente per cercare qualcosa, ma per godersi il lavoro svolto dagli artisti.
Graficamente è uno spettacolo per gli occhi
Asobo Studio aveva già dimostrato con A Plague Tale: Requiem di possedere un talento straordinario nella costruzione degli ambienti e nella gestione dell’illuminazione. Con Resonance questa capacità emerge ancora una volta. La qualità dei materiali, la ricchezza degli scenari e soprattutto il modo in cui la luce interagisce con gli ambienti rendono molte sequenze splendide da osservare.
Il gioco alterna zone più raccolte e oscure a scenari molto più aperti, nei quali la profondità dell’immagine e la distanza visiva contribuiscono enormemente alla spettacolarità generale. In diversi momenti ci siamo fermati semplicemente per guardare il panorama. Non per cercare un collezionabile o capire dove andare, ma perché Resonance sa essere davvero bellissimo.
Questa qualità visiva non nasce soltanto dalla potenza tecnica. È soprattutto la direzione artistica a fare la differenza. Colori, illuminazione e composizione degli ambienti lavorano insieme per creare un mondo riconoscibile e, allo stesso tempo, abbastanza differente da ciò che avevamo visto nei precedenti A Plague Tale. È uno degli aspetti che abbiamo apprezzato maggiormente dell’intera produzione.
Dove abbiamo giocato Resonance: A Plague Tale Legacy
Per questa recensione abbiamo giocato Resonance: A Plague Tale Legacy su PC, utilizzando una configurazione enthusiast composta da AMD Ryzen 9 9950X3D, NVIDIA GeForce RTX 5080 da 16 GB, 32 GB di memoria DDR5 a 6000 MHz e Samsung 9100 Pro NVMe SSD da 1 TB. Il sistema dispone inoltre di un alimentatore da 1000 W e di un raffreddamento AIO da 360 mm.
Per il comparto video abbiamo utilizzato un LG UltraGear OLED 45GX950A da 45 pollici, monitor ultrawide 5K2K dotato di tecnologia Dual Mode. Il pannello può raggiungere i 165 Hz nella modalità dedicata alla risoluzione più elevata e spingersi fino a 330 Hz nella modalità orientata alla massima fluidità. È presente inoltre la connettività DisplayPort 2.1, particolarmente adatta a una configurazione di fascia alta come quella utilizzata durante il test.
È importante precisarlo perché la nostra macchina è nettamente superiore ai requisiti consigliati. I risultati che abbiamo ottenuto non possono quindi essere considerati automaticamente rappresentativi di qualsiasi configurazione PC. Tuttavia, proprio perché abbiamo avuto la possibilità di provarlo con hardware di fascia molto alta, possiamo valutare con chiarezza il comportamento del gioco nelle condizioni utilizzate per questa recensione.
Ottimizzazione eccellente sulla nostra configurazione
Abbiamo giocato con impostazioni grafiche elevate e l’esperienza è stata estremamente positiva. Durante le nostre sessioni non abbiamo registrato cali di frame rate rilevanti, scatti evidenti o fenomeni di stuttering capaci di compromettere la fluidità. Il gioco si è comportato in maniera stabile e non ci ha costretto a intervenire continuamente sulle impostazioni per trovare il giusto compromesso tra qualità visiva e prestazioni.
Questa è probabilmente una delle considerazioni migliori che possiamo fare riguardo alla versione PC: abbiamo configurato Resonance e poi ci siamo semplicemente messi a giocare. Non abbiamo sentito la necessità di correggere continuamente preset o parametri grafici. Sulla configurazione utilizzata il titolo si è dimostrato perfettamente performante e tecnicamente molto solido.
Il risultato diventa ancora più evidente sul nostro LG UltraGear OLED 45GX950A. I neri profondi del pannello, il contrasto e l’ampiezza del formato ultrawide valorizzano enormemente l’illuminazione e la profondità degli scenari. In alcune sequenze l’impatto visivo è davvero notevole e l’OLED riesce a mettere in risalto proprio quelle caratteristiche sulle quali Asobo Studio sembra aver lavorato con maggiore attenzione.
Per questo motivo, la versione PC è quella che ci sentiamo di consigliare con particolare convinzione a chi possiede una macchina adeguata. Naturalmente non serve necessariamente una configurazione come la nostra per godersi l’avventura, ma hardware potente e un buon display permettono a Resonance di esprimere pienamente il proprio comparto artistico.
Un A Plague Tale diverso senza perdere la propria anima
La caratteristica che abbiamo apprezzato maggiormente di Resonance è probabilmente il coraggio con cui Asobo Studio ha scelto di modificare la propria formula. Sarebbe stato facile limitarsi a replicare quanto funzionava già in Innocence e Requiem. Invece, il cambio di protagonista diventa anche l’occasione per modificare il ritmo del gameplay e dare maggiore importanza all’azione.
Eppure, giocando, non abbiamo mai avuto la sensazione di trovarci davanti a qualcosa di completamente estraneo alla serie. L’atmosfera, l’esplorazione, il ruolo della luce e soprattutto la cura dedicata agli ambienti continuano a trasmettere quell’identità particolare che ha reso A Plague Tale immediatamente riconoscibile.
Resonance evolve senza rinnegare ciò che è venuto prima. Ed è forse proprio questa la sua qualità più importante. Non cerca di diventare una copia dei precedenti capitoli, ma nemmeno di liberarsene artificialmente. Trova invece una zona intermedia nella quale può essere familiare e nuovo allo stesso tempo.
Conclusione
Arrivati ai titoli di coda, ciò che rimane di Resonance: A Plague Tale Legacy è soprattutto la sensazione di aver visto una serie trovare un nuovo modo di raccontarsi. Asobo Studio aveva davanti una sfida tutt’altro che semplice: tornare in un universo profondamente associato ad Amicia e Hugo, cambiare protagonista, modificare parte del gameplay e riuscire comunque a mantenere intatta quella particolare atmosfera che aveva conquistato il pubblico con i primi due capitoli.
Il risultato ci ha convinto. Sophia porta nuova energia alla formula, mentre la maggiore attenzione dedicata ai combattimenti rende l’esperienza più dinamica senza cancellare esplorazione, stealth ed enigmi. Allo stesso tempo, il comparto artistico raggiunge momenti splendidi e la versione PC, sulla configurazione utilizzata per questa recensione, ci ha regalato un’esperienza fluida, stabile e visivamente eccezionale.
Ciò che rende Resonance realmente interessante, però, non è soltanto la qualità tecnica. È la volontà di non vivere esclusivamente dell’eredità di Innocence e Requiem. Asobo Studio prende ciò che conoscevamo, lo osserva da un’altra prospettiva e dimostra che A Plague Tale può ancora evolversi senza perdere la propria identità.
Non tutto deve necessariamente rimanere uguale per continuare a sentirsi familiare. Resonance lo dimostra attraverso una protagonista differente, un ritmo diverso e una nuova identità visiva. E quando un gioco riesce contemporaneamente a rispettare ciò che è venuto prima e a convincerti che quella nuova strada abbia davvero senso, significa che il cambiamento ha funzionato.
Per noi, quindi, Resonance: A Plague Tale Legacy merita un 9/10. È un’avventura affascinante, tecnicamente eccellente sulla nostra configurazione, artisticamente splendida e capace di dare nuova linfa a una saga che aveva già lasciato un segno importante. Non cerca semplicemente di essere un altro A Plague Tale: cerca di capire cosa possa diventare questa serie andando avanti. Ed è proprio questa ambizione ad averci conquistato.










