
L’aumento di prezzo di Switch 2 annunciato dai vertici Nintendo non costituisce una semplice contromossa di fronte alle conseguenze dei dazi doganali e alla carenza di componentistica. Alla base di un fenomeno che ha già interessato altre console, è infatti possibile rilevare le tracce di una progressiva riconfigurazione sistemica dell’economia videoludica. Ci riferiamo, nel dettaglio, alla rottamazione di un modello di business oramai superato, che affondava radici profonde in concetti ritenuti intoccabili per oltre quarant’anni, come quello che vedeva il prezzo di un sistema da gioco scendere progressivamente col trascorrere del tempo.
Le regole del gioco sono cambiate
Gli estremi di questa dinamica facevano però riferimento ad un mercato molto diverso da quello contemporaneo, in cui i costi delle materie prime e delle componenti hardware andavano soggetti ad una lineare svalutazione. Nel momento in cui questa legge non scritta dell’economia è sostanzialmente venuta meno, le principali aziende del settore hanno potuto così sfruttare il paravento della crisi per risolvere uno storico squilibrio del settore hardware, fondato sull’assunto che il calo dei costi produttivi avrebbe compensato progressivamente la riduzione del prezzo al pubblico.
Sebbene sia innegabile che l’impennata dei prezzi della componentistica vanti un proprio peso specifico, sono ormai in molti a interpretare nella politica dei rincari i segnali di una strategia lucrativa che avrebbe solo in parte a che vedere con dazi doganali, guerra in Medioriente e altri fattori analoghi. Si ritiene, in tal senso, che i tre principali attori del gaming mondiale abbiano astutamente cavalcato una narrativa industriale allarmistica, per assicurarsi margini di profitto maggiori senza rimetterci la faccia di fronte agli acquirenti. Non a caso, i portavoce di ogni major interessata dagli aumenti hanno più volte dichiarato di essere stati costretti a ritoccare i prezzi al rialzo a causa di fattori al di là del proprio controllo.
Una soluzione davvero necessaria?
Prima di impugnare i forconi e scendere in piazza, è in ogni caso doveroso specificare che questa forzatura non sia unicamente il frutto di una speculazione fondata sulla mera avidità. Sebbene la prospettiva di arrotondare le entrate senza assumersene piena responsabilità faccia comodo a tutti, dall’altro è innegabile che il margine di sopravvivenza imposto dall’attuale mercato videoludico imponga soluzioni drastiche. Una volta stabilito che nemmeno macinando numeri da capogiro si riesca a far quadrare i bilanci, ogni azienda coinvolta nel valzer si ritrova pertanto vincolata ad assicurare una crescita costante degli introiti. Pena il rischio di deludere il mercato finanziario e compromettere la fiducia degli investitori. Laddove la monetizzazione dei contenuti, strategie di monetizzazione e riproposizione di vecchi classici finiscono per non bastare, tocca pertanto intervenire sui costi degli asset e abbracciare le medesime logiche che hanno trasformato le piattaforme streaming in ecosistemi dove il consumatore non acquista più un prodotto, ma si abitua progressivamente a rincari sempre più frequenti.
Alla luce di questa riflessione, verrebbe quasi da chiudere un occhio e accettare che Parigi valga bene una Messa… Ma quando i romantici samurai di Kyoto annunciano che i rincari interesseranno anche il prezzo delle vecchie Switch è francamente difficile mandare giù il rospo. Come hanno osservato diversi analisti finanziari e osservatori del settore, questa decisione delegittimerebbe completamente la giustificazione emergenziale. Perché nel momento in cui il prezzo di console prodotta oltre dieci anni fa aumenta del 30%, è palese non stai più reagendo a una crisi temporanea, ma alterando il suo valore economico per partito preso… E questa è una mossa che ci si aspetterebbe magari da leviatani come Microsoft o Sony, ma non certo da quella Nintendo che, nell’immaginario comune, continua ad essere percepita come l’ultimo presidio di integrità aziendale.
Come reagirà il pubblico di fronte a questi aumenti?
Se ci trovassimo su un pianeta normale o anche solo in un universo alternativo in cui il pubblico fosse consapevole del potere che esercitino le scelte degli utenti sui trend di mercato, sarebbe facile prevedere un autunno di vacche magrissime per qualsiasi brand che dovesse gonfiare il prezzo dei propri prodotti. Proiezioni vendite alla mano, gli esperti stimano invece che il rischio di un crollo delle vendite sia praticamente nullo. Anzi. Si ritiene che aver annunciato con tanto anticipo il rincaro dell’hardware, genererà una corsa all’acquisto preventivo delle console di tale entità da incidere positivamente sulle quotazioni del rispettivo marchio. Del resto, la Borsa e gli investitori vivono di percezioni istantanee o umorali, senza dare troppo peso ai reali motivi per cui un sistema da gioco faccia registrare di colpo un’impennata delle vendite.
Volendo tuttavia tralasciare le esigenze dei nostri marchi più amati, potrebbe essere a questo punto utile volgere lo sguardo all’orizzonte e ipotizzare quali potrebbero essere le conseguenze di questo trend. Ebbene, lo scenario che va profilandosi non sembrerebbe affatto confortante: a lungo andare, questa epocale inversione di tendenza sul concetto di svalutazione potrebbe finire per normalizzare un concetto distorto, in base al quale l’hardware videoludico venga considerato più come un bene premium soggetto a rivalutazione costante, che come un prodotto tecnologico soggetto a lineare obsolescenza. E se uno dei segnali più limpidi di questa transizione giunge proprio da Nintendo, occorre preoccuparsi sul serio.







