
Nel mondo dei videogiochi moderno sembra esserci una corsa continua verso la prossima grande idea: nuovi live service, nuove proprietà intellettuali, nuovi modelli di monetizzazione e produzioni sempre più costose nella speranza di trovare il titolo capace di conquistare milioni di giocatori. Capcom, invece, sta facendo qualcosa di apparentemente molto più semplice: si è voltata indietro, ha guardato ciò che ha costruito in quarant’anni di storia e ha iniziato a chiedersi quali di quelle saghe meritassero davvero una seconda possibilità. Onimusha: Way of the Sword è probabilmente uno degli esempi più interessanti di questa filosofia.
Il nuovo capitolo è arrivato il 4 settembre 2026, riportando realmente in vita una serie che, escludendo remaster e progetti collaterali, non riceveva un grande episodio inedito da circa vent’anni. Non parliamo però di un’operazione nostalgica realizzata semplicemente per rimettere un vecchio nome sulla copertina. Way of the Sword è un progetto costruito per riportare Onimusha nel mercato moderno, con una produzione contemporanea e una struttura pensata per giocatori che magari nel 2001 non erano nemmeno nati. Ed è proprio questo approccio che racconta molto della Capcom di oggi.
Onimusha è rimasto fermo per vent’anni, Capcom ha aspettato il momento giusto
L’ultimo grande capitolo della serie originale, Onimusha: Dawn of Dreams, risale al 2006. Da allora il mercato è cambiato completamente: sono passate diverse generazioni di console, il pubblico è cresciuto e persino il modo di concepire un action game è profondamente diverso.
Capcom avrebbe potuto tentare di recuperare il franchise molto prima. Non l’ha fatto.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti della sua strategia attuale: non tutte le proprietà intellettuali devono necessariamente produrre un nuovo capitolo ogni tre anni per continuare ad avere valore.
Onimusha è rimasto nel cassetto fino a quando Capcom non ha ritenuto di avere una direzione abbastanza forte per riportarlo sul mercato. Il risultato è Way of the Sword, un titolo che recupera samurai, Genma, atmosfere oscure e alcuni degli elementi identificativi della saga senza comportarsi come se gli ultimi vent’anni di evoluzione degli action game non fossero mai esistiti.
La nostalgia apre la porta. Il videogioco moderno deve convincerti a rimanere dentro.
Capcom non sta improvvisando: vuole davvero resuscitare le sue vecchie IP
La cosa fondamentale è che Onimusha non rappresenta un esperimento isolato. Capcom ha dichiarato apertamente di voler riattivare proprietà intellettuali rimaste dormienti, affiancando questa strategia alle grandi serie che continuano a ricevere nuovi capitoli.
Ed è qui che entra in gioco anche Okami.
Per anni immaginare un vero ritorno della serie sembrava quasi un esercizio di nostalgia, eppure Capcom ha deciso di riportarla in vita insieme a Hideki Kamiya. Due nomi storici, Onimusha e Okami, che improvvisamente tornano a essere parte del futuro dell’azienda.
Questo cambia completamente il modo in cui possiamo guardare al catalogo Capcom.
Perché se una saga ferma da vent’anni può tornare con una produzione importante, allora ogni vecchia IP sufficientemente forte smette di essere soltanto un pezzo da museo e torna a essere una possibile risorsa.
Naturalmente questo non significa che domani Capcom riporterà in vita qualsiasi serie richiesta su internet. Ma significa che la società ha riconosciuto ufficialmente il valore del proprio passato.
La vera forza di Capcom non sono le vecchie IP: è sapere come modernizzarle
Possedere un catalogo storico non basta. L’industria è piena di franchise giganteschi che sono tornati dopo anni per poi sparire nuovamente perché incapaci di trovare un pubblico contemporaneo.
La differenza sta nel modo in cui vengono recuperati.
E Capcom ha trascorso praticamente l’ultimo decennio a perfezionare questa formula.
Resident Evil 7 rappresentò nel 2017 una trasformazione radicale per una delle saghe più importanti della compagnia. Invece di cercare semplicemente di replicare ciò che aveva funzionato in passato, Capcom cambiò prospettiva, atmosfera e struttura, riportando l’horror al centro dell’esperienza.
Poi sono arrivati i remake di Resident Evil, capaci di utilizzare personaggi, ambientazioni e storie conosciute costruendo però videogiochi pensati per il pubblico contemporaneo.
Monster Hunter ha attraversato una trasformazione altrettanto importante, riuscendo ad allargare enormemente il proprio pubblico senza cancellare ciò che rendeva riconoscibile la serie.
Devil May Cry è tornato.
Ora è tornato Onimusha.
E Okami sta aspettando il proprio turno.
Il filo conduttore non è semplicemente “facciamo tornare i giochi vecchi”.
È: “capiamo perché funzionavano e decidiamo cosa deve cambiare perché possano funzionare ancora.”
I numeri spiegano perché Capcom può permettersi di rischiare
La strategia sarebbe molto meno interessante se dietro non ci fossero risultati economici impressionanti.
Capcom ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con il nono anno consecutivo di record nelle principali categorie di profitto, proseguendo inoltre una lunga serie di crescita dell’utile operativo. Nello stesso periodo la compagnia ha raggiunto il proprio record con 59,07 milioni di videogiochi venduti in un solo esercizio.
Non stiamo quindi parlando di un publisher che recupera disperatamente vecchi marchi perché non sa più cosa produrre.
È quasi l’opposto.
Capcom sta tornando alle proprie radici mentre attraversa uno dei periodi economicamente più forti della sua storia recente.
E questo le permette anche di fare qualcosa che nell’industria moderna è diventato sempre più difficile: sperimentare senza dover necessariamente trasformare ogni singola produzione nel prossimo fenomeno da cento milioni di giocatori.
Onimusha non deve diventare Resident Evil per avere senso
Ed è un punto fondamentale quando si parlerà delle vendite di Way of the Sword.
La serie Onimusha ha superato complessivamente 9,1 milioni di copie vendute nella propria storia. Sono numeri importanti, ma appartengono a una scala completamente diversa rispetto ai colossi contemporanei di Capcom.
Pretendere quindi che Way of the Sword raggiunga immediatamente i risultati di Resident Evil o Monster Hunter significherebbe probabilmente utilizzare il metro sbagliato.
Il vero test sarà capire quanto pubblico esiste oggi per Onimusha e se Capcom riuscirà a trasformare un franchise rimasto inattivo per due decenni in una serie nuovamente sostenibile.
Al momento, infatti, bisogna essere precisi: non abbiamo ancora dati ufficiali che permettano di definire Way of the Sword un successo commerciale. Il gioco è appena arrivato e servirà tempo prima di poter giudicare realmente il risultato dell’operazione.
L’accoglienza iniziale e i riconoscimenti ottenuti, compresi due Gamescom Awards, rappresentano segnali incoraggianti. Ma saranno le vendite a dirci se Onimusha è semplicemente tornato o se è tornato per restare.
Capcom possiede qualcosa che oggi vale forse più che mai: la memoria dei giocatori
C’è però un vantaggio che difficilmente compare in un bilancio finanziario.
Quando Capcom annuncia Resident Evil, Devil May Cry, Monster Hunter, Onimusha oppure Okami, non deve costruire quei nomi partendo da zero.
Esistono già ricordi, personaggi, musiche, mondi e generazioni di giocatori emotivamente legate a quelle proprietà intellettuali. È un patrimonio enorme, soprattutto in un mercato nel quale lanciare una nuova IP AAA può significare investire centinaia di milioni prima ancora di sapere se il pubblico ricorderà il suo nome sei mesi dopo.
Questo non elimina il rischio. Anzi, riportare una saga storica comporta un’altra responsabilità: soddisfare chi la ricorda senza creare qualcosa di incomprensibile per chi non l’ha mai giocata.
Ma quando l’equilibrio funziona, il vantaggio è enorme.
Capcom non deve convincerci che Onimusha esiste.
Deve convincerci che vale ancora la pena giocare Onimusha nel 2026.
E adesso inevitabilmente parte la domanda: chi sarà il prossimo?
È probabilmente la conseguenza più divertente della strategia.
Ogni volta che Capcom riapre uno dei suoi vecchi cassetti, la community inizia immediatamente a guardare tutti gli altri.
Dino Crisis è inevitabilmente uno dei primi nomi che viene pronunciato. Ma il catalogo storico della società è molto più profondo e contiene franchise che intere generazioni di giocatori aspettano di rivedere.
Naturalmente non significa che quei ritorni siano automaticamente in sviluppo. Sarebbe sbagliato trasformare il desiderio dei fan in annunci inesistenti.
Ma dopo Onimusha e Okami la domanda non sembra più assurda come qualche anno fa.
Capcom stessa ha stabilito il precedente.
Una IP dormiente non è necessariamente una IP morta.
Onimusha potrebbe raccontare molto più del futuro di Onimusha
Ed è probabilmente questo il motivo per cui Way of the Sword sarà interessante da osservare anche oltre la qualità del gioco.
Se l’operazione funzionerà commercialmente, Capcom avrà un’ulteriore dimostrazione che il proprio catalogo storico può essere utilizzato non soltanto attraverso remaster e remake, ma attraverso nuovi capitoli capaci di continuare realmente quelle saghe.
E questo potrebbe avere conseguenze molto più grandi di Onimusha stesso.
In un’industria ossessionata dalla ricerca del prossimo Fortnite, del prossimo GTA o del prossimo fenomeno capace di trattenere giocatori per dieci anni, Capcom sembra aver capito una cosa molto più semplice: non sempre bisogna inventare il futuro da zero.
A volte basta guardare ciò che hai costruito, capire perché le persone lo amavano e avere il coraggio di cambiarlo abbastanza da renderlo nuovamente rilevante.
Resident Evil è rinato.
Devil May Cry è tornato.
Onimusha ha appena ricevuto la propria seconda possibilità.
Okami è sulla strada del ritorno.
A questo punto la domanda più interessante per Capcom non è più se abbia ancora qualcosa da recuperare dal passato.
È quale vecchio nome deciderà di pronunciare per primo la prossima volta.










