
La notizia che l’edizione fisica di GTA VI non conterrà alcun disco ha fatto il giro del mondo in pochi istanti scatenando incredulità, ironia e profondo disappunto. Al di là del paradosso in sé, questa particolare decisione suggerisce una verità che va ben oltre le bizze dello sviluppatore più potente dell’intera industria. Questo sinistro coup de théâtre delinea infatti il profilo di un’industria che ha progressivamente ridefinito il concetto di acquisto e ricalibrato gli equilibri del mercato in base agli interessi di chi vende, precipitando al contempo gli acquirenti in una selva di assurde storture. L’adozione di questa particolare politiche di marketing, non rappresenta del resto un’esclusiva Rockstar Games: se Nintendo ha idealmente infranto il tabù del supporto software con il lancio delle Game-Key Card per Switch 2, molte altre aziende proponevano già da tempo confezioni contenenti poco più di un codice di download. In tal senso, l’edizione (meta)fisica di GTA VI può essere inquadrata come il precedente definitivo e l’ideale via libera ad una nuova Era del commercio videoludico in cui il videogame fisico si ridurrà ad una confezione di plastica condita da mera paccottiglia promozionale.
Una questione prettamente economica
Ma quali sono, all’atto pratico, i vantaggi di cui beneficerà Rockstar Games eliminando il blu-ray dal pacchetto? Il primo di essi riflette una banalissima strategia di risparmio: stampare dischi, gestire magazzini di stoccaggio e organizzare trasporti comporta spese supplementari che avrebbero probabilmente costretto la major a ritoccare i prezzi al rialzo. Così facendo, l’intera filiera produttiva viene alleggerita, assicurando ricavi supplementari: quelli maturati dalla vendita di confezioni vendute sempre a prezzo pieno, pur essendo “vuote”.
Un altro vantaggio è dunque costituito dall’eliminazione preventiva del fatture “usato”: senza un disco da riportare in negozio, rivendere a chicchessia o prestare ad amici, nessuno avrà facoltà di partecipare alla festa sfruttando software di seconda mano… Il che assicurerà a Rockstar che ogni essere umano interessato a GTA VI dovrà acquistare la propria copia, che sia fisica o digitale. Fino a quando i mefistofelici affaristi ai piani alti della compagnia non troveranno il modo di impedire l’accesso anche a fratelli, sorelle o conviventi, questa soluzione favorirà alle casse di Houser un ritorno economico notevole: ricavi che rischierebbero altrimenti di andar persi nelle ceste “re-sale” dei negozi più forniti o magari su piattaforme quali Ebay.
Naturalmente sarebbe ingenuo contestare quest’approccio senza tener conto dei costi di sviluppo. Una produzione del genere richiede investimenti colossali, la gestione di migliaia di professionisti e cicli di lavorazione lunghi oltre una decade. Nessuno pretende che tutto questo non abbia un prezzo. Il problema è che ogni nuova strategia commerciale seguiti a proporre vantaggi per chi la introduce, mentre l’acquirente paga sempre di più per ricevere sempre di meno.
Il grande circo dei Pre-Release
Per dovere di cronaca, si rende a questo punto necessario far riferimento anche alla classica ciliegina sulla torta, intesa come l’orrendo carosello di edizioni speciali che interessa l’attuale fase di pre-release. Per distinguersi adeguatamente da una massa di produzioni già aduse a questo tipo di speculazioni, GTA VI punta a fissare dei record anche in questo campo: manco fossero i menù multi taglia del McDonald’s, gli store a disposizione delle principali piattaforme di gioco, pullulano già di versioni più o meno speciali dello stesso prodotto, le quali coprono un forbice che va dai canonici 80 Euro ai 200 bigliettoni. Come da copione, ognuna di esse promette contenuti esclusivi, accessi anticipati, oggetti cosmetici, artbook digitali, colonne sonore, valuta virtuale e bonus di ogni genere ma, a ben vedere, non c’è nulla che giustifichi davvero il rispettivo sovrapprezzo. Va da sé che il tutto si riduca ad una spietata manovra lucrativa, allestita ad immagine e somiglianza di un acquirente medio divorato dall’hype che viene sapientemente incoraggiato a puntare sulla formula più costosa in cambio della vacua percezione di essere un utente VIP. La stessa corsa alla prenotazione – roba che ha spinto migliaia di persona a perdere ore ed ore di fronte a uno schermo in attesa del proprio turno – non costituisce altro che l’ennesima forzatura: posto che l’unico elemento realmente indispensabile sia costituito dal gioco stesso, è difficile comprendere quest’ansia da approvvigionamento. Al netto delle scatole vuote di cui sopra e “irrinunciabili” offerte a tempo, non esiste alcun rischio che le scorte digitali vadano esaurite. Quindi perché dannarsi? Siamo davvero diventati così impazienti da ignorare che quest’urgenza venga stimolata ad hoc con il solo scopo di incassare prima e di più? Probabilmente sì, perché i numeri dei pre-order non mentono: inutile dunque cercare di essere razionali, addirittura folle sperare che il pubblico decida di mandare un chiaro segnale di dissenso a chi di dovere…
E allora tanto vale ammetterlo: di fronte alla nostra muta connivenza, la confezione vuota di Grand Theft Auto VI non rappresenta un’anomalia né un oltraggio al buon senso. Si tratta, al massimo, del simbolo principe di un mercato che ha imparato a monetizzare qualsiasi aspetto dell’esperienza videoludica, riducendo progressivamente il valore dell’acquisto senza ridurne il costo.








