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Creatività a numero chiuso: diventare game designer in Italia

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“C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.” La celebre riflessione attribuita a Henry Ford continua a conservare una sorprendente attualità. E non soltanto in ambito sociale, ma anche nel campo della formazione e dell’accesso alle professioni del futuro. Ci riferiamo, nel dettaglio, a tutti i principali ruoli d’impiego che offre la florida industria videoludica: opportunità che molti Paesi hanno colto con adeguato tempismo e che, solo di recente, hanno generato un barlume di interesse nel tessuto accademico italiano. Se all’estero i programmi di sviluppo a trazione governativa permettono a milioni di giovani di accedere a percorsi di specializzazione volti a far di loro dei game designer, dei digital artist o degli sviluppatori, in Italia continua tuttavia a registrarsi la carenza di alternative pubbliche alle realtà private. In altre parole, è possibile intraprendere studi di settore, ma nella stragrande maggioranza dei casi essi vengono offerti da accademie e istituti che prevedono rette annuali molto elevate. Parliamo di costi che possono raggiungere diverse migliaia di euro l’anno e che, per molte famiglie italiane, rappresentano un ostacolo insormontabile.

Le conseguenze di questa criticità sono evidenti e dipingono uno scenario elitario in cui l’accesso a una formazione specialistica nel settore videoludico non dipenda soltanto dal talento, dalla dedizione o dalla creatività dello studente, ma dal suo portafogli. Va pertanto da sé che una professione sempre più rilevante nel panorama lavorativo contemporaneo resta di fatto accessibile solo a chi può permettersi un investimento significativo. E nel momento in cui l’opportunità di valorizzare talento rimane subordinata al reddito, non possiamo certo parlare di progresso. Diciamo piuttosto che, nel goffo tentativo di emanciparsi, il nostro Paese preferisce agevolare le famiglie più abbienti, perdendo al contempo chissà quanti individui che, se supportati da un sistema formativo pubblico, avrebbero potuto a far dei videogame una professione. Ogni anno accademico migliaia di giovani italiani appassionati di videogiochi, arte digitale, scrittura interattiva e progettazione ludica si trovano infatti di fronte a un bivio: accantonare le proprie ambizioni oppure cercare all’estero quelle opportunità che il sistema formativo nazionale non è ancora in grado di offrire. Alcuni riescono a intraprendere questa strada, molti altri no. E così il settore perde energie, idee e competenze prima ancora che possano esprimersi.

Ovviamente, la questione non riguarda soltanto la realizzazione personale di una nuova generazione di creativi, ma anche e soprattutto la competitività economica del Paese. Non è del resto scoperta di oggi che l’industria videoludica attiri investimenti, influisca sull’occupazione e generi profitto in ambiti che spaziano dall’home entertainment all’informatica, dalla narrativa alle arti figurate, per estendersi anche a marketing e trading. Sotto questo particolare punto di vista, è francamente complesso giustificare l’indolenza del nostro Stato: se il Made in Italy è da sempre un sinonimo di qualità in settori che vanno dalla moda all’architettura, dal design alla sfera automobilistica, passando per arti figurate e artigianato, non esiste alcuna ragione strutturale per cui lo stesso patrimonio culturale non possa trovare piena espressione in ambito videogame! Affinché ciò accada, è imperativo che sedi istituzionali come i Ministeri di Istruzione e Merito, Università e Ricerca, Imprese e Made in Italy e Cultura riconoscano innanzitutto il valore strategico del settore, per poi investire seriamente nella formazione pubblica di professionalità. Tanto per capirci, servono corsi di laurea dedicati, percorsi universitari accessibili, laboratori, partnership con le imprese e programmi che consentano agli studenti di sviluppare competenze senza essere costretti a sostenere costi proibitivi. Inutile aggiungere che, pur avviando oggi stesso una riforma in tal senso, saremmo già in grave svantaggio rispetto ai competitor esteri: al netto del ritardo accumulato, non tutto è ancora perduto. Abbiamo ancora un margine di ripresa e, chiunque segga alla guida l’Italia, ha il dovere etico di riconoscere che il Paese non può rinunciare ad una delle più grandi opportunità economico-culturali del nostro tempo.

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