Guilty Gear Strive – Recensione (PS5) del capolavoro di Arc System Works

Triste come, ancora oggi, quando si parla di picchiaduro si finisce raramente per citare la saga di Guilty Gear. La sua è forse una maledizione, un caso raro dettato dalla casualità, eppure si ritrova sempre soverchiato dalla fama dei classici Tekken, Street Fighter, Mortal Kombat. Sarà anche per questo che Arc System Works, sviluppatori dietro lo storico brand, avevano intenzione di rinfrescare il franchise e aprirsi a un nuovo pubblico.

Guilty Gear Strive estende i suoi orizzonti e allarga il suo appeal anche ai neofiti, ma non per questo va sottovalutato. Il sequel ufficiale non è un gioco semplice, né più semplice dei capitoli che l’hanno preceduto: è solo più facile da comprendere. In maniera non dissimile da quanto fatto da Capcom con , Strive abbandona la cripticità classica dei picchiaduro così tecnici e ti si siede di fianco, quasi fosse un mentore. Il lavoro fatto sotto questo aspetto è effettivamente epocale, e il modo in cui riesce a introdurre concetti anche complessi persino a chi fino a ieri schiacciava tasti a caso, va quasi preso come esempio massimo di ciò che dovrebbero fare un po’ tutti.

Tra netcode perfetto, uno dei migliori cel-shading mai visti nella storia del videogioco e una modalità dojo che accompagna i nuovi giocatori passo per passo, Guilty Gear Strive è già diventato l’esempio massimo da seguire. Se sei un picchiaduro 2D, non ci sono molte altre direzioni in cui dovresti guardare, ora come ora.

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Guilty Gear Strive 1

Persino la trama trova qui una quadra, tramite spettacolari cutscene che proseguono gli eventi della saga ventennale e le regalano un’epica continuazione. Così come visto in passato, la storia è totalmente slegata dalle modalità videoludiche: significa che nel menu principale c’è un’apposita opzione per seguire solo ed esclusivamente la trama, come fosse un lunghissimo film o una serie a puntate (si parla di circa cinque ore di filmati) senza “sporcature di gameplay” tra una sequenza e l’altra.

I nuovi acquirenti saranno sicuramente spiazzati da questa scelta, ma le motivazioni del team di sviluppo hanno senso. Guilty Gear Strive, in questo modo, può raccontarsi senza scendere ad alcun compromesso videoludico, e senza spezzettare il ritmo narrativo con decine e decine di incontri casuali piazzati lì solo per tenere alta l’attenzione di chi vuole per forza di cose menare le mani. Insomma, la storia è buonissima e scritta da Dio, ma resta una modalità secondaria di cui godere separatamente dal gioco vero e proprio, magari anche già solo per rilassarsi un po’.

Guilty Gear Strive 2

Le modalità di gioco son quelle che bene o male ci si potrebbe aspettare da qualunque picchiaduro: arcade, partita contro amici, partita contro sconosciuti online e varie tipologie di allenamento, oltre a obiettivi da completare a mo’ di missioni. La prima cosa che salta all’occhio è che il ritmo di gioco è calato di un minimo, probabilmente per favorire maggiormente le strategie sullo studio dell’avversario. Le combo composte da colpi pesanti hanno molta più importanza ora e, considerato come i danni generali son settati verso il basso, è più importante che mai imparare a colpire con le tecniche lente ma letali.

Ritrovarsi con la guardia scoperta è la regola, ed è bello notare come la cancellazione dei frame d’animazione (il marchio di fabbrica dei Guilty Gear) faccia ancora la voce del leone. Le Roman Cancel, la possibilità di controbattere a una parata o a un colpo andato a vuoto per un piccolo costo, tornano in gran spolvero, così come tornano anche tutte le vecchie glorie dei roster precedenti, con e contro a seguito.

Guilty Gear Strive 3

A differenza di molti picchiaduro, dove i protagonisti son differenziati principalmente in combo e animazioni, Guilty Gear aggiunge una dimensione tutta nuova: parliamo infatti di combattenti con capacità e regole uniche, o addirittura poteri passivi e barre da caricare in maniera totalmente diversa.

Un grande esempio è Nagoriyuki, proprio una delle new entry. Questo lento e letale samurai sarà anche facilmente schivabile, ma picchia come un treno; la concatenazione delle sue tecniche è sostanzialmente infinita, ma continuare a colpire significa anche aumentargli il contatore del sangue. Una volta in berserk, il samurai infligge ancora più danni ma, sfortunatamente, inizia a ferirsi anche da solo. Se consideriamo che non tutti i personaggi possono scattare, o fare un doppio o triplo salto, già da qui si capisce quanto il roster sia effettivamente più differenziato rispetto a quello di un picchiaduro medio.

Scusando, quindi, anche una pool di una dozzina di personaggi totali: pool che agli occhi di un casual può sembrare fin troppo contenuta, soprattutto se paragonata a quella di un Tekken o, peggio ancora, a quella di un tie-in di un anime. Ma c’è così tanto da scoprire, così tanti contrattacchi da studiare e così tanti vantaggi e svantaggi da imprimere nella mente che, in un batter d’occhio, quindici personaggi pesano come fossero il doppio. Di base il feeling non è poi così diverso dai predecessori, almeno a una prima occhiata, ma i punti non comuni sono abbastanza da costringere a riabituarsi daccapo.

Guilty Gear Strive 4

Ciò a cui non ci si abitua mai, invece, è il comparto tecnico. Graficamente Strive è fuori da ogni concezione umana: il suo uso del cel-shading lo piazza nel pantheon assoluto di questo stile grafico, e in tutto il mercato videoludico è impossibile trovargli qualcosa che possa anche solo lontanamente raggiungerlo. L’eccellente lavoro già svolto con Dragon Ball FighterZ ha fatto da base all’incredibile stile artistico del nuovo Guilty Gear, e il risultato è uno spettacolo audiovisivo senza pari.

Tornando su questioni più pragmatiche, invece, è sicuramente da lodare il solidissimo netcode: una lobby più facile da navigare e con meno arzigogoli, però, avrebbe forse velocizzato la ricerca di ogni partita online.

Guilty Gear Strive 5

In definitiva, c’è poco altro da aggiungere su Guilty Gear Strive, all’infuori dei noiosissimi tecnicismi. Tecnicismi che, mai come ora, lasciano il tempo che trovano grazie alla grandiosa modalità di addestramento compresa nel pacchetto. Per la prima volta, anche un casual totale potrà apprendere i rudimenti o le tecniche più avanzate di un picchiaduro così complesso, e tanto di cappello agli sviluppatori per l’impegno.

A dispetto di un cambio di ritmo più o meno marcato, Guilty Gear Strive è una new entry consigliatissima a chiunque si definisca un fan dei picchiaduro bidimensionali: ha una bellissima storia, un art style fuori dal mondo e un gameplay profondo quanto la Fossa delle Marianne, oltre a un netcode stabilissimo. Un paio di inciampi, tra l’altro facilmente raddrizzabili via , non trattengono questo Strive neanche di un centimetro: è un capolavoro da qualunque angolazione lo si guardi, ma solo il tempo saprà sancirne l’immortalità.