
La logica suggerirebbe di cavalcare il trend del momento e dedicare il primo editoriale di questa nuova stagione videoludica ad una ricca analisi del trailer di GTA VI. Il fatto è che in un modo o nell’altro si parla di questo avvento da così tanto tempo e con un tale accanimento da aver trasformato il legittimo hype in vana isteria di massa. In tal senso, potrebbe dunque valer la pena volgere lo sguardo altrove per scoprire cosa stia accadendo nel settore dell’home entertainment mentre siamo così impegnati a misurare il framerate del blockbuster targato Rockstar.
Le ambizioni di Netflix e la profezia di James Cameron
Checché se ne creda, i ventisei minuti di anteprima svelati da Rockstar Games in esclusiva non costituiscono la notizia più interessante saltata fuori dall’universo Netflix nelle ultime settimane. Sebbene l’annuncio sia passato in secondo piano, la vera rivelazione riguarda infatti il varo del progetto INKubator: uno studio d’animazione dedicato alla realizzazione di cortometraggi interamente realizzati tramite l’impiego dell’IA. Malgrado i portavoce dell’azienda ci abbiano tenuto a sottolineare che il progetto coinvolgerà comunque artisti umani, la portata dell’iniziativa apre i cancelli a una nuova, rivoluzionaria fase di sviluppo per i contenuti nell’ambito della quale l’intelligenza artificiale non verrà utilizzata più comune un semplice accessorio, bensì come base portante dell’intera filiera produttiva. Va da sé che, nel giro di qualche mese, ci ritroveremo spettatori di opere generate artificialmente e non per mero diletto come accade attualmente su piattaforme come Instagram e TikTok. Stiamo parlando, in altre parole, di prodotti dal taglio professionale che potrebbero germogliare in Serie TV e lungometraggi destinati al grande schermo molto prima di quanto non sia lecito ipotizzare.
Giusto a riguardo, hanno fatto scalpore le dichiarazioni rilasciate due settimane fa da James Cameron, uno che di predizioni tecnologiche se ne intende. Secondo il celeberrimo regista statunitense, nel giro di quattro o cinque anni sarà infatti possibile “realizzare sequenze visive, inquadrature e riprese dinamiche senza l’ausilio di personale addetto e rispettivi set cinematografici veri e propri”. Nonostante Cameron riconosca il vantaggio economico e concettuale che potrebbe derivare da quest’opportunità, l’idea che l’intero ecosistema artistico che contribuisca alla creazione di un film venga rimpiazzato da un unico tool di sviluppo è preoccupante. E non solo nell’ottica della crisi lavorativa che uno scenario del genere finirebbe per scatenare. Che impatto maturerebbe difatti sul mondo del cinema un futuro prossimo in cui ogni singolo abitante del pianeta possa realizzare un intero colossal a colpi di solo prompt? Onde scongiurare il concreto rischio che l’intero movimento artistico di una fetta così ingente dell’industria dell’entertainment si riduca ad un immane circo del fai da te, il regista ha invocato un repentino intervento di autorità competenti e politici volto a fissare dei paletti etico-idelogici. Nel caso specifico, si fa riferimento a leggi che limitino l’impiego di queste tecnologie e vincolino chiunque intenda usufruirne al rispetto di regole salde e chiare. Perché se è vero com’è vero che, al momento, nessuna IA possa generare da sola un eventuale sequel di Avatar, il giorno in cui ciò divenisse effettivamente possibile sarebbe molto più difficile promuovere una legislazione restrittiva.
Videogame: il prossimo in lista
Benché riservate al settore cinematografico, le parole di Cameron valgono anche per il contesto videoludico: basta in effetti far due più due per intuire che i videogiochi corrano il medesimo rischio dei film. Non a caso Google DeepMind ha già presentato modelli capaci di generare ambienti tridimensionali interattivi a partire da descrizioni e immagini, mentre Roblox ha portato il principio direttamente nelle mani degli utenti, consentendo di utilizzare il linguaggio naturale per costruire prototipi giocabili e modificarli attraverso successive istruzioni. In parole povere, l’idea del videogioco generato attraverso un prompt non fa più riferimento ad un futuro più o meno vicino: esistono già strumenti che ne rappresentano una versione embrionale.
Naturalmente, sarebbe sciocco sostenere che tra qualche mese sarà sufficiente ordinare ad una IA di creare GTA VII per ottenere un’opera paragonabile a quella di Rockstar. Le grandi produzioni richiedono ancora team enormi, direzione creativa, tecnologia proprietaria, controllo qualitativo e anni di lavoro. Ma è proprio questo il dettaglio che rischiamo di sottovalutare: l’IA non deve essere ancora capace di sostituire un’intera produzione AAA per acquisire comunque un ruolo primario nel processo di sviluppo. È sufficiente che essa permetta di ridurre progressivamente la quantità di tempo, denaro e competenze tecniche necessarie per trasformare un’idea in qualcosa di giocabile. E qui entra in gioco l’aspetto forse più interessante della faccenda…
L’industria videoludica sta attraversando una crisi strutturale nella quale i costi di sviluppo sono diventati uno dei problemi più difficili da sostenere. Se una tecnologia promette di ridurre drasticamente parte di quelle spese, l’incentivo economico ad adottarla diventa inevitabilmente enorme. Lo conferma idealmente una recente analisi di Morgan Stanley che ha stimato che l’impiego dell’IA potrebbe consentire all’industria globale di videogame di ridurre alcuni costi produttivi fino a generare un potenziale incremento dei profitti nell’ordine dei 22 miliardi di dollari annui.
Lo scenario più estremo
Abbandonando per un istante stime e previsioni, potremmo a questo provare a interrogarci sulle conseguenze che l’assenza di regolamenti e vicoli legali potrebbero determinare sull’industria. Cosa accadrebbe nel momento in cui qualsiasi utente possa descrivere il proprio videogame ideale alla IA di turno e ottenerne una versione funzionante? Quali sarebbero le controindicazioni di questa totale democratizzazione della creatività in termini di diritti d’autore? E soprattutto quale valore vanterebbe il prodotto nel momento in cui la sua creazione fosse a portata di tutti?
Per quanto risulti difficile trovare, al momento, risposte esaustive a questi dilemmi possiamo ipotizzare un contesto futuribile in cui videogame, film e serie televisive vengano prodotti a ritmi e quantità mai viste prima. Il fatto che la tecnologia potrebbe “finalmente” consentire a chiunque l’opportunità di raccontare in immagini la propria storia, non garantisce tuttavia che dette storie siano degne di essere raccontate. In uno scenario privo di percorsi formativi, specializzazioni professionali, quality checking e adeguata conoscenza dei criteri alla base di storytelling e game design, il pericolo che i server vengano invasi da paccottiglia senza alcuna ragion d’essere sarebbe più che elevato. Stabilito che, prima o poi, arriverà davvero il momento di affrontare questa problematica si rende probabilmente necessario inaugurare al più presto possibile corsi di formazione che aiutino chiunque sia interessato ad utilizzare le IA in modo complementare e non delegativo. In questo caso il futuro dello sviluppo non dipenderebbe solo da chi sa semplicemente utilizzare l’IA, bensì a chi saprà dirigerla, correggerla, selezionarla e soprattutto decidere cosa valga davvero la pena creare.
Ora, non ce ne voglia Rockstar Games, il cui lancio è e resta un evento con pochi precedenti nella storia del settore, ma riteniamo che l’inizio di questa nuova, cruciale stagione videoludica debba partire da e interrogativi più pressanti. Perché mentre noi attendiamo di perderci nel mondo GTA VI, i progressi dell’intelligenza artificiale ci spingono già a domandarci come e da chi verrà realizzato il suo sequel.















