Home Editoriale Game Industry: i conti non tornano e ora nessuno è al sicuro

Game Industry: i conti non tornano e ora nessuno è al sicuro

Fino a una quindicina di anni fa, il destino di uno studio di sviluppo sembrava dipendere quasi esclusivamente dalla qualità dei videogiochi che realizzava: se un titolo convinceva la critica e incontrava i gusti dei giocatori, il futuro del brand poteva dirsi pressoché assicurato. Sebbene non mancassero episodi infausti, come lo scioglimento del Team Bondi dopo la release di L.A. Noire, si poteva affermare che il talento creativo fosse una sorta di garanzia di sopravvivenza.

Complici una lunga serie di fattori che spaziano dai crescenti costi delle tecnologie impiegate a fluttuazioni di prezzi legate a ingerenze geopolitiche, gli ultimi anni ci restituiscono l’immagine di un’industria sempre più instabile sotto il profilo economico che finisce per cannibalizzare sé stessa, pur di reggere il ritmo di spese insostenibili e ricavi incerti. Ne deriva uno scenario assai fosco, in cui la qualità delle produzioni non incide più sull’aspettativa di vita di gran parte dei developer. Il numero di aziende che viaggiano sul filo della bancarotta pur continuando a realizzare opere di valore continua infatti a crescere, tanto che neanche i brand più blasonati possono ritenersi immuni ad improvvisi crack. A confermare questo trend non troviamo solo i continui e cospicui tagli al personale annunciati ogni giorno, ma anche le crescenti difficoltà che molti team di sviluppo incontrano nel portare a termine i propri progetti: se alcuni di essi accumulano sistematici ritardi sulla tabella di marcia, la lista dei videogame destinati a morire prima di vedere la luce seguita ad allungarsi. Spesso, questi fattori tendono peraltro a sovrapporsi: ogni prodotto la cui realizzazione imponga la posticipazione dei tempi di rilascio previsti, comporta infatti spese supplementari e, per estensione, il rischio concreto di scivolare in una spirale di indebitamenti da cui è difficilissimo venir fuori.

In passato, le vittime di questo corto circuito erano per lo più legate a dimensioni periferiche e realtà aziendali di livello medio basso: oggi la faccenda riguarda anche i pesci più grossi e i recenti casi di Ninja Theory, DON’T NOD e id Software sono qui a certificarlo.

Dati alla mano, la crisi di Ninja Theory rappresenta probabilmente l’esempio più emblematico. Nonostante Senua’s Saga: Hellblade II sia stato accolto molto positivamente dalla critica, distinguendosi ancora una volta per qualità artistica, esso non ha purtroppo raggiunto i risultati commerciali sperati all’interno dell’ecosistema Xbox. Ciò ha spinto i vertici Microsoft ad avviare serie riflessioni sulla possibilità di estendere la collaborazione con l’azienda. Al momento, le indiscrezioni vedrebbero Ninja Theory fuori dalla scuderia di Redmond entro novembre, il che potrebbe maturare effetti disastrosi qualora non vi fossero altre major disposte a rilevarne le quote. Va da sé che il trailer del terzo capitolo della Saga di Senua non sia stato diffuso per confermare l’effettiva esistenza del progetto, bensì nella speranza di attirare nuovi investitori.   

Situazione diversa, ma altrettanto complessa, riguarda DON’T NOD. Lo studio francese continua a proporre produzioni riconoscibili per personalità narrativa e qualità artistica, ma negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con risultati economici inferiori alle aspettative. Ne è derivata una profonda revisione della struttura organizzativa del team che, allo stato attuale delle cose, non sembrerebbe aver ancora scongiurato il fallimento del brand. Di certo, la tiepida accoglienza ottenuta da Life is Strange Reunion e Aphelion ha complicato ulteriormente le cose.  Qualora i vertici dell’azienda non dovessero riuscire a ripristinare l’equilibrio finanziario della stessa entro la fine di ottobre, è in tal senso improbabile che lo studio di Alain Damasio potrà completare i progetti in sviluppo o avviare altre iniziative.  

L’asimmetria tra costi di produzione e ricavi ha ultimamente coinvolto persino id Software e l’ondata di licenziamenti abbattutasi su oltre metà del personale ha inevitabilmente alimentato seria apprensione sul futuro dello studio. Pur assicurando a fan e investitori che l’azienda possegga ancora le risorse necessarie per proseguire lo sviluppo dei propri giochi, le dichiarazioni rilasciate a riguardo da John Carmack non lasciano troppo spazio alle interpretazioni. Secondo lo storico cofondatore dell’azienda, elementi come il blasone e affetto dei fan non sarebbero più sufficienti ad assicurare stabilità, giacché l’unico fattore in grado di assicurare la sopravvivenza di un’azienda sul lungo termine siano le vendite. Senza il supporto di ricavi adeguati alla proiezioni nessuno è, in altre parole, al sicuro e questo spiegherebbe anche come mai in tanti preferiscano rilasciare sul mercato versioni ritoccate o liftate dei propri classici, piuttosto che avventurarsi nel lancio di nuove IP. Nel momento in cui non vi sono più mezze misure tra successo e fallimento, assumersi la responsabilità di uscire dalla propria zona di comfort equivale del resto a partecipare ad una roulette russa con cinque colpi nel caricatore. Va da sé che il dovere di ogni singolo developer del pianeta non sia più quello di realizzare il miglior videogame possibile, ma di intercettare con adeguata precisione la proposta che meglio si adatti alle esigenze economiche del marchio per cui lavora.

Come facile intuire, questa non è certo la strada che conduce ad una salubre evoluzione del videogame come forma d’arte e strumento d’avanguardia tecnologica. Ad occhi e croce, la sfida più grande che sviluppatori e produttori saranno chiamati ad affrontare vanta dunque carattere concettuale, più che tecnico: urgono, nello specifico, delle riforme mirate a riconfigurare l’assetto dell’industria sulla base di principi sostenibili, viceversa, chi prima o chi dopo, gran parte degli attori attualmente in scena saranno costretti a chiudere bottega

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