
Ogni volta che una nuova tecnologia incide sulle nostre abitudini, il dibattito sul valore di ciò che perdiamo e le perplessità riguardo ciò che guadagneremmo torna ad infiammarsi. Questo accade essenzialmente perché, a livello inconscio, non stiamo più valutando pro e contro del cambiamento, ma difendendo uno stile di vita che è ed è stato parte integrante della nostra realtà al punto da definire la nostra stessa identità.
Stiamo parlando di un meccanismo antico quanto l’uomo stesso, che affonda radici millenarie in quelle consuetudini che vanno a costituire nel tempo il perimetro della nostra comfort zone esistenziale. Va da sé che ogni possibile alterazione della routine, faccia scattare un campanello d’allarme volto ad avvertirci che modificando l’ordine dei fattori, rischieremo di perdere il controllo degli eventi ed esporci a quell’incertezza che è da sempre nemica della psiche umana. Quando il mutamento in atto rimanda a un qualcosa con cui abbiamo costruito un vero e legame affettivo, come ad esempio i videogiochi e il nostro modo di fruirne, la questione acquisisce sfumature concettuali tali da sminuire ogni eventuale vantaggio pratico del cambio di rotta. Questo ci porta immediatamente a respingere ogni possibile variazione dello status quo e ignorare a priori la prospettiva che la novità potrebbe anche rappresentare ciò di cui avremmo davvero bisogno.
Al di là di ogni sfumatura emotiva, la storia del progresso tecnologico ci insegna, ad ogni modo, che opporsi anche strenuamente al cambiamento degli asset che regolano il nostro lavoro, i nostri hobby e la nostra quotidianità sia un esercizio vano, perché l’evoluzione non chiede mai il permesso di stravolgere le regole. Lo fa e basta. Anche a costo di forzare la mano perché, a conti fatti, non ne va del semplice rimpiazzo di una tecnologia con la sua versione ottimizzata, ma anche e soprattutto degli equilibri sociali ed economici alla base del mercato globale. In questo senso, ci riferiamo ad un processo continuo e inesorabile, nel quale domanda e offerta si influenzano reciprocamente, fino a rendere obsolete pratiche che, soltanto qualche anno prima, sembravano imprescindibili. Ciò non implica che ogni trasformazione sia automaticamente positiva, né che i mercati abbiano sempre ragione, ma sottoscrive la natura in divenire di ogni singolo aspetto della vita. Come gli strumenti digitali e le rispettive declinazioni commerciali hanno stravolto la fisionomia dello shopping, altrettanto è destinato pertanto ad accadere per la diffusione del software. Di fronte ai margini di profitto legati alla transizione digitale e ai paralleli benefici del modello di business in ottica di accessibilità, diffusione e controllo capillare delle vendite, non esistono dunque proteste o boicottaggi che tengano.
Tanto per capirci meglio, abbiamo ormai raggiunto l’orlo ultimo dell’Era dei supporti fisici perché ora disponiamo di una tecnologia in grado di sostituirli con un modello più versatile e, di norma, quando ciò accade non si può tornare indietro né voltarsi dall’altra parte facendo finta di niente. È già accaduto con la posta tradizionale, sostituita praticamente in toto dalle email; è accaduto nella musica dove la liquefazione del supporto ha trasformato un bene d’acquisto in un asset on demand ed è accaduto nell’ambito dello home entertainment dove VHS, DVD e Blu-Ray hanno da tempo ceduto il passo alle piattaforme streaming. Salvo qualche sparuta obiezione, nessuno di noi si strappò i vestiti di fronte a queste transizioni, ma ora che è giunto il momento dei videogame, ci riscopriamo di colpo reazionari, come se avessimo appena subito un voltafaccia inatteso.
Sebbene alcuni sembrino essersene accorti l’altro ieri, quella del software digitale non è una mera moda comparsa improvvisamente dal nulla, ma l’esito di un processo ventennale che ha coinvolto ricerca tecnologica, economia industriale e comportamenti degli stessi consumatori. Ora possiamo senz’altro discutere le modalità e gli interessi economici che accompagneranno questa svolta epocale; possiamo persino decidere che alcuni aspetti del vecchio modello meritino di essere preservati… Ma non possiamo fingere che il mercato, le infrastrutture e gli stili di vita siano rimasti identici a quelli di vent’anni fa, perché significherebbe rompere i legami con la realtà e rinchiudersi in una bolla immaginaria dove è sempre il 2002.
In tal senso, dovremmo forse accantonare un attimo slogan, forconi e rappresaglie varie per prendere atto di una verità che va ben oltre lo stabilire se il digitale sia migliore del fisico o viceversa. Per quanto possa risultare doloroso, anche quando l’evoluzione paia essere espressamente determinata a privarci del nostro vissuto ciò non costituisce un attacco personale, ma solo la logica risposta dei sistemi tecnici, sociali e culturali all’entrata in scena di un’opportunità in grado di suggerire un futuro più sostenibile, espandibile e, ovviamente, redditizio.
Dura lex, sed lex dunque. Chi si ferma è perduto.
















