Wes: la storia del bambino che giocò per primo Fallout 76

Wes Cancer Fallout 76

In casi come questo si è soliti scrivere: “non ce l’ha fatta”, “è stato sconfitto dal cancro”, “ha perso la sua battaglia”. Ma io trovo che sia irriguardoso e ingiusto verso le persone che quotidianamente perdono la vita a causa di questa malattia. Che hanno lottato per sé e per i proprio cari. Con carattere e con determinazione, stringendo i denti davanti alla sofferenza e non lasciando nulla di intentato. Ad essere sconfitta semmai è la medicina, che non ha trovato ancora cure adeguate per patologie come questa. Perché parliamoci chiaro: non c’è alcunché di “eroico” nel sopravvivere al cancro, così come non c’è alcuna sconfitta nell’esserne sopraffatti. C’è solo la sorte, il caso, la fortuna… chiamatela come volete. Che fa sì che una persona reagisca positivamente a cure che su un’altra persona potrebbero rivelarsi inefficaci. E viceversa.

Tra il punto di partenza e quello di arrivo, qualunque esso sia, c’è una storia tutta da scrivere. Quella di Wes riguarda anche noi. Ed essendo diventato genitore da pochi mesi, mi ha colpito nel profondo.

Perché Wes, 12 anni, era salito agli onori delle cronache un mese e mezzo fa circa, quando aveva espresso un desiderio singolare: quello di poter giocare in anticipo Fallout 76. Il suo non era un capriccio. Wes combatteva da anni una forma di Neuroblastoma, un tumore infantile molto aggressivo. E i medici avevano appena deciso di sospendere le cure, ritenendole nel suo caso puro accanimento terapeutico. Il suo tempo dunque era agli sgoccioli.

Il suo desiderio, il suo ultimo desiderio, era stato quello di poter almeno provare un gioco che aveva desiderato fin dal suo annuncio. E Bethesda rispose all’appello, consentendogli di realizzarlo.

Partirono, armi e bagagli, alla volta di casa sua. Portando con sé una console contenente una versione preliminare del gioco. Insieme al contenuto della Collector Edition e a uno spettacolare elmo dell’Armatura Atomica di Fallout. Il tutto rigorosamente autografato dal team di sviluppo.

Un bambino della sua età dovrebbe poter trascorrere le proprie giornate nella spensieratezza. Ma per Wes, costretto a casa dalle condizioni di salute, le giornate trascorrevano tutte uguali, prigioniero delle mura domestiche. Però quella era stata una giornata speciale. Una boccata d’ossigeno e una parentesi di libertà.

Tutto questo ci riporta a una riflessione sul concetto di tempo. E sul valore che siamo soliti attribuirgli. Su quanto ci appaia normale, ad esempio, fare progetti a medio/lungo termine. Che riguardano noi e i nostri cari. Perché all’orizzonte non ci prospettiamo di certo un “muro”.

Ma per quelli come Wes, la cui clessidra è stata girata un’ultima volta, il tempo ha un significato differente. E un valore differente. Pensate che era stato lui stesso a decidere, in accordo con i medici, la sospensione di ogni ulteriore trattamento. E sempre lui, con fermezza, aveva chiesto alla madre di procedere con la firma di un documento chiamato DNR (Do Not Resuscitate), in cui autorizzava il personale medico a non intervenire con defibrillatori o altri metodi, nel caso in cui il suo cuore avesse smesso di battere. Un modo esplicito di dire: “lasciatemi andare”.

Perché a un certo punto si arriva – e l’ho sperimentato sulla mia pelle, seguendo mia madre lungo il suo calvario – ad una sorta di distacco da ciò che ti circonda. Da tutto ciò che è “vita”. Salvo qualcosa. Gli affetti più cari o le passioni più intense. I libri, nel caso di mia mamma.

I suoi ultimi giorni, raccontava la madre sulla pagina Facebook destinata a raccogliere fondi per le sue cure, Wes li ha invece passati guardando film, ascoltando musica e giocando, quando le forze glielo concedevano.

Perché Wes era un gamer. E lo è stato fino all’ultimo. Nei mondi fantastici dei videogiochi aveva probabilmente trovato uno spiraglio di luce e di felicità, che la vita altrove non gli aveva concesso. Erano diventati un rifugio e una consolazione, oltre che uno svago. E così ha giocato fino all’ultimo,  confidando forse di riuscire ad arrivare a quel 14 novembre, data di lancio del videogioco che più di tutti lui aspettava. Ma non gli è stato concesso. La sua avventura, apprendiamo su Facebook, si è conclusa oggi.

Tuttavia in un momento in cui le istituzioni puntano il dito contro il valore dei videogiochi, attribuendo loro solo valenza negativa, la storia di Wes dovrebbe far riflettere ed esser di lezione. E insieme a lui non venir dimenticata.

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